Diario di un editore di fumetti #3

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Pubblichiamo la terza parte di una serie a cura di Maurizio Cotrona: la testimonianza personale di un progetto che intende produrre editoria a fumetti a Taranto. Un viaggio tra ambizioni e difficoltà. Qui la prima parte , qui la seconda.

15 agosto 2020

Mi è capitata prima una piccola cosa bella e poi una grande cosa brutta.

A mare c’erano i “cavalloni”, onde alte 3 metri che hanno fatto impazzire di gioia i bambini. Io sono entrato in acqua con gli occhiali da sole (graduati) e, a un certo punto, mi sono accorto di averli persi.

Ho passato una buona mezz’ora a cercarli (con una determinazione velleitaria quasi quanto quella di volere fare editoria a fumetti in Italia nel 2020), in un acqua così torbida,per la sabbia sollevata dai cavalloni,che non riuscivo a vedere le mie ginocchia.

Ci ho già rinunciato da un pezzo, quando arriva un amico, Peppe. Gli vado incontro per salutarlo e calpesto qualcosa di duro, coperto da tre dita di sabbia. I miei occhiali.

La cosa brutta è un pesante litigio con mia moglie, così pesante da collocarsi dentro lo spazio, per quanto angusto, della mia riservatezza.

La cosa non riguarda questo diario. Segnalo solo che, durante il litigio, mi sono ritrovata spesso a domandarmi: da separato, avrei più tempo o meno tempo per Ottocervo?

18 agosto 2020

Barbara è tornata e, a modo nostro, ci amiamo.

Ritrovato il mio status da “uomo bucato standard” e superato quello da “uomo bucato con l’aggravante di un matrimonio in bilico”, ho trascorso il tempo libero alla caccia di una risposta a queste domande: cosa ho da offrire ai fumetti? Che ruolo potrei ricoprire dentro un editore di fumetti?

La risposta a queste domande si incrocia con la ricerca di un’identità distintiva di Ottocervo. La mia voglia di incidere, ne sono consapevole, deve combinarsi con grosse dosi di umiltà,necessarie per chi sta muovendo i primi passi in un mondo di cui non ha alcuna esperienza. Sono un lettore di fumetti appassionato e scrivo romanzi, tutto qua. La mia credibilità nel settore sta a zero. Anzi, sotto zero, per via di un incidente di percorso che mi è capitato a luglio.

Mi sono avventurato nella scrittura della sceneggiatura di un fumetto, perché questa è una cosa che, prima o dopo, vorrei fare. È la storia Dario Paradiso, un cantautore di successo in crisi creativa, che tira avanti grazie ai pezzi ricevuti via email da un misterioso cantautore fantasma, che sostiene di essere Dario stesso che scrive dal futuro. Una roba strampalata e piena di difetti, come quasi tutti gli esordi, ma, fuori di modestia, una volta liberata dalle ingenuità e dalle incrostature, più brillante e interessante del 80% dei fumetti che leggo.

Viene fuori che Grafite, la scuola di Gian Marco, organizza gli “aperitivi con l’editor”, incontri virtuali in cui sceneggiatori/disegnatori possono proporre le proprie cose alle migliori case editrici di fumetto sulla piazza.

Di fronte a questa opportunità, io ragiono da scrittore, non da futuro editore: sarà un massacro, mi dico, ma, certamente, ne verranno fuori indicazioni utili a maturare più in fretta come sceneggiatore. Perché non provare?

Scelgo gli aperitivi con Bao e Tunuè, e mi butto.

È il mio primo contatto con il mondo produttivo del fumetto italiano, direttamente ai livelli più alti. Per partecipare devo ridurre la mia sceneggiatura in un soggetto dettagliato, scrivere delle schede descrittive dei miei personaggi e immaginare un pubblico target. La cosa finisce con me che vengo preso a pallateda Massimiliano Clemente (Direttore Editoriale di Tunuè) e Leonardo Favia (Executive Editor di BaoPublishing), in live streaming, davanti a una dozzina di disegnatori e sceneggiatori di fumetto, tutti potenziali interlocutori della nascitura Ottocervo. Quindi, come dicevo, non parto da zero, ma da meno di zero.

Venendo al merito, Clemente mi contesta il timing di apparizione nella storia di un personaggio importante, che, effettivamente, arriva solo nel finale (non ho la prontezza di ribattere che si tratta del classico “deus ex machina”).  Mi dice di mettere da parte, per ora, la sceneggiatura e di lavorare al soggetto, anzi, di più, mi dice che loro chiedono un “trattamento”.  Ma la colonna sonora, no?

Favia, portato fuori pista da errori tutti miei nella trasposizione della sceneggiatura in un soggetto, ci va giù più duro, ma la maggior parte delle cose che mi suggerisce partono dal presupposto che il mio sia un “giallo” (niente di più lontano dalle mie intenzioni, il mio fumetto vuole essere una commedia).

Mi porto a  casa, da questi aperitivi con l’editor, tre regali: la brutta figura, consigli utili da professionisti molto seri e un fastidio latente che faccio fatica a decifrare.

Un fastidio latente che custodisce il segreto della mia identità e della sequenza di DNA che potrei trasferire in Ottocervo.

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