Il dono di Antonia: il mito della generazione oltre il gender

di Caterina Orsenigo

Spesso è accaduto che l’uomo, in tempi remotissimi di sogni e miti, abbia compreso fenomeni riconosciuti poi molto più tardi dalla scienza, magari raccontando del frullamento di un oceano di latte per descrivere la precessione degli equinozi, o di un mulino di Amleto per alludere all’obliquità dell’eclittica.

Così quasi tutte le tradizioni cosmogoniche, dall’Africa alla Mesopotamia all’India, immaginavano, all’origine del mondo, un “nucleo universale” che galleggiava nell’oceano primordiale, avvolto dall’oscurità della non-esistenza: non molto diverso dal nucleo primitivo, formato forse da un brodo di quark, leptoni e fotoni, che immagina oggi l’astrofisica al momento del grande Big Bang.

Questo nucleo veniva chiamato allora uovo cosmico e veniva fecondato da un soffio vitale dando vita così all’universo. L’archetipo dell’uovo alludeva a una perfezione in grado di riportare la materia a uno stato di purezza originaria: non solo nascita ma anche rinascita. Giunse infatti fino al cristianesimo dove divenne simbolo di vita e di risurrezione. Piero della Francesca lo rappresentò nella sua Pala di Brera: un uovo che pende dal soffitto e sembra risaltare la geometria dello spazio e infondere armonia.

Uovo è dunque perfezione divina e vita in potenza, quasi si trattasse di una sospensione in cui corpo e spirito s’incontrano e, in un perfetto equilibrio geometrico, non sono né l’uno né l’altro o sono entrambi, prima di schiudersi e dare vita alla vita o al mondo stesso.

L’uovo, con la sua densa simbologia, è al centro del romanzo di Alessandra Sarchi, Il dono di Antonia, uscito a fine agosto per Einaudi.

Antonia, una donna di mezza età, è respinta da Anna, una figlia adolescente che ha scelto l’anoressia per sottrarle il ruolo di madre ed è cercata da Jessie, un figlio non figlio, il frutto di un ovulo donato a un’amica sterile, nella lontana California 26 lontanissimi anni prima.

Tutto intorno a questi personaggi, seminate per il giardino come indizi o richiami, le uova: le uova delle galline della fattoria di Antonia, l’uovo della cartolina della Pala di Brera, l’ovulo donato da lei tanto tempo prima.

Sviscerando il movimento di allontanamento e di ricerca che scandiscono i rapporti fra i tre personaggi, Alessandra Sarchi tocca archetipi imprigionati nelle maglie del genere e li “libera”.

Per prima cosa c’è il rapporto tra Anna e Antonia. Smettere di mangiare viene usato qui come arma per destituire il genitore del proprio potere. Non troppo lontano in fondo dal topos dell’uccisione del padre. Mi ha anzi fatto pensare a un romanzo per ragazzi del filosofo norvegese Jostein Gaarder (L’enigma del solitario, Longanesi), in cui un uomo fa naufragio in un’isola deserta, solo con un mazzo di carte. A furia di giocare al solitario, le carte prendono vita. Nessuna di loro si chiede da dove venga, tranne il jolly, il “filosofo” fra le carte: quando si rende conto che l’uomo anziano che abita sull’isola è il loro creatore, riconosce come unica soluzione per affrontare l’umiliazione assoluta dell’essere creato, quella di ucciderlo, anche a costo di rischiare di svanire con lui. In una società in cui i ruoli erano più nettamente divisi, era solo l’uccisione del padre a potersi sovrapporre all’uccisione di dio. Qui, invece, Anna che rifiuta il cibo è la Figlia assoluta (o ugualmente il Figlio assoluto), che disconosce il genitore, colui che genera, per individuarsi e conquistare la propria indipendenza – anche a costo di dissolversi con lui.

Il secondo aspetto racchiude anche il terzo. Sempre, è valso il principio mater semper certa est, pater numquam. Antonia invece si limita a donare l’ovulo, per poi sparire dalla vita dell’amica senza dire una parola, senza mai aprire nessuna delle sue lettere, senza voler sapere nulla di quel figlio. Nella vita di Jessie l’unica figura certa è quella del padre, mentre il ruolo della madre si fa più ambiguo e sfumato.

Così Antonia, donando l’ovulo, incarna la liberazione della donna dalla condizione di generatrice e madre, assumendo la possibilità di un ruolo in qualche modo più simile a quello paterno.

E infatti il viaggio di Jessie, che dalla California arriva a Bologna per ricongiungersi con Antonia, ricalca perfettamente il topos di ricerca del padre che da Telemaco in poi costella il nostro immaginario.

Il genere sembra così scivolare via dall’apparato mitologico e archetipico, che lentamente muta, come è sempre mutato per accompagnare tutte le trasformazioni delle comunità umane, da nomadi a sedentarie, dalla caccia all’agricoltura, da una calamità naturale o da una migrazione all’altra, forse ora anche da una società di ruoli prefissati a un’altra più fluida, in cui Telemaco è indifferentemente un giovane o una giovane che va a cercare la propria origine o la propria eredità, qualunque forma essa abbia.

Le uova seminate fra le pagine, gli ovuli che danno la vita, non rimandano alla fertilità femminile ma all’uovo cosmico sospeso della Pala di Brera. Quella sua perfezione, data dall’essere in potenza, lo rende asessuato, prima del genere, prima della forma e prima che un cromosoma y venga eventualmente a differenziare.

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