Da Swift a Vanzina

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Pubblichiamo un testo di Francesco Recami, autore di una serie di Commedie nere di cui sono usciti quattro romanzi pubblicati da Sellerio, l’ultimo qualche settimana fa, “La cassa refrigerata. Commedia nera n. 4“. Una riflessione sulle funzioni dell’arte in momenti difficili che parte da Swift per arrivare al recente film di Vanzina, un’analisi sulle caratteristiche della “commedia nera” e sul contrasto fra il mondo delle regole rigidissime di comportamento e la realtà dei fatti, sulla morte, sul dolore e sul modo in cui è possibile parlarne.

di Francesco Recami

Che cosa c’entra Enrico Vanzina con Johnathan Swift? Parrebbe proprio niente ma un nesso c’è: Vanzina produce un instant film stile cinepanettone sul Covid all’italiana, una commedia (satirica?). Fioccano le critiche: si può ridere di 35000 morti? Non si ride della morte. Eppure, eppure l’umorismo nero, fondato da Swift nel XVII secolo, ride, a denti stretti, della morte.
“L’umorismo nero si definisce come un tipo di umorismo che tratta di temi sinistri come la morte, la malattia, la deformità, l’handicap, la guerra, con amaro divertimento e presenta questi argomenti tragici, angoscianti e morbosi in termini umoristici. L’umorismo nero, spesso chiamato grottesco, morboso, gallows o malato (sick humour) viene usato per esprimere l’assurdità, l’insensibilità, i paradossi e la crudeltà del mondo moderno” (Cognitive and emotional demands of black humour processing: the role of intelligence, aggressiveness and mood, 2017; traduzione mia)”.

E dunque Swift, proponendo di mangiare i bambini delle famiglie povere per risolvere il duplice problema della sovrappopolazione e della sottoalimentazione, ed Ezio Greggio, esercitando la sua sulfurea satira sui tic degli italiani fanno la stessa cosa? Entrambi attaccano il perbenismo e l’ipocrisia di chi predica una cosa e ne fa un’altra? Swift mette alla frusta il fariseo borghese che da una parte riduce il proletario all’indigenza e alla morte, macchiandosi di sangue, e dall’altra esercita atti caritatevoli e pietosi nei confronti degli “ultimi”. Vanzina crede di mettere alla frusta le contraddizioni degli italiani, pronti a piangere come prefiche per i morti di Covid, tanto quanto smaniosi di aperitivi, week end e vacanze e non escludo che consideri come maggioritari coloro che gradiscono evitare di andare a lavorare grazie allo smart working.
Alcuni snob tardoromantici avrebbero detto che fra Vanzina e Swift non c’è differenza perché non c’è differenza fra una porcheria e un capolavoro. Credo che a Vanzina non sia mai capitato e non capiterà mai più di essere associato a Swift.

Una volta a Trapani stavo presentando una commedia nera, nella quale si fa satira, se non sarcasmo, sulla condizione degli anziani, sulla demenza, sul sistema sanitario, sui parenti pietosi e avidi che si aspettano che i vecchi ben forniti muoiano il prima possibile (come faceva Cecco Angiolieri con suo padre). Una signora abbronzata, arrossettata e ingioiellata, che probabilmente dedica una parte della sua giornata alle buone azioni, mi disse che sul dolore non si scherza. Prima di tutto io non scherzo affatto, poi proposi alla signora una nuova commedia nera, in cui transfughi in gommone sono un’accolita di truffatori ladri e assassini, mentre gli scafisti sono brave persone col senso della famiglia. Alla faccia dei benpensanti, categoria alla quale penso scrivendo le commedie nere.
C’è chi dice che gli italiani sono: pavidi, arroganti con i deboli e sottomessi con i forti, opportunisti, avidi e tirchi, bottegai, ignoranti, litigiosi e rancorosi, autoassolutori e al contempo forcaioli, lamentosi, codini e conformisti, presuntuosi e vanesi, consumisti, pettegoli, maleducati.
Questo è il sottofondo delle commedie trash dei Vanzina, il problema è che è uno sguardo profondamente reazionario perché anziché castigare assolve: l’assunto è che noi italiani siamo così, più o meno tutti, e restiamo così, avidi, fascistoidi, ignoranti, paurosi, ecc. Si perviene all’autoassoluzione, come il ladro che dice “rubano tutti” o il corrotto che dice “gli altri sono più corrotti di me”.

L’umorismo nero di stampo prettamente britannico, che è quello che io tento di praticare, sta sul fronte opposto. Si muove sul contrasto fra un mondo di regole formalmente rigidissime di comportamento (e il fariseismo nell’applicarle) e la realtà dei fatti dove trionfano l’interesse personale, la truffa e l’omicidio. Regola ferrea l’understatement, in molti casi la commedia si combina con una intelaiatura poliziesca, in cui il crimine assume degli aspetti umoristici.
Il modulo britannico non ha avuto molto successo in Italia dove il sistema etico di regole di comportamento è piuttosto labile e dove l’understatement non rientra nelle caratteristiche etniche: ne risulta uno slittamento verso il grottesco e la farsa, talvolta macabra.
Quindi a fronte della tipica predisposizione anglosassone e presbiteriana, c’è la scarsa predisposizione mediterranea e cattolica. In ogni caso come diceva Pirandello l’umorismo vive sul contrasto fra le cose come dovrebbero essere e le cose come sono veramente.

Io sono convinto che si possa e si debba ridere della morte e del dolore, così come della paura. Se ci asteniamo facciamo un favore troppo grosso alla morte, al dolore e alla paura.
La morte non è stupida, sa benissimo che i nostri sono soltanto esorcismi, esoneri, rimozioni. Che facciamo gli sberleffi alle nostre paure perché ne abbiamo terrore. Eppure l’umorismo nero è sempre stato importante nelle fasi storiche di grande crisi: dalle danze macabre ai tempi della peste, a Skeleton dance di Walt Disney, alla rivoluzione borghese ai tempi di Swift, al dottor Stranamore in epoca di minaccia nucleare. Lo sarà anche in tempi di pandemia, per non parlare della imminente catastrofe ecologica?
A voler estremizzare, si ride sempre e soltanto della soffererenza: si ride delle persone sovrappeso, di chi tartaglia, di chi cade per le scale, di chi prende una torta in faccia, di chi soffre di una patologia psichica o di chi è profondamente ignorante o ha problemi cognitivi.

Si potrebbe anche pensare che coloro che si dedicano all’umorismo nero in realtà coltivino astio e rancore verso il genere umano che schifano. Dipende dalla loro solitudine, dalla paura, dall’angoscia di stare male, dall’impotenza, dall’insuccesso, dai pensieri malevoli, cattivi augùri. Un filo di sadismo per le disavventure altrui, chiusura all’altro e cattiveria. Insomma le varie possibilità del malmostoso, maligno che si nasconde dietro una maschera di cinismo e di arguzia. E dunque, alcune fra le caratteristiche citate sopra degli italiani sono tipiche di chi le stigmatizza?
L’umorismo nero sarebbe una sorta di autoanalisi, e mi pare auspicabile. Mettersi nel mucchio con gli odiati altri è già qualcosa. L’umorista nero è il campione malmostoso degli italiani che critica. Dalla Commedia nera non ne esce vivo nemmeno lui. Comunque un atto di bontà non fa assolutamente ridere.

Commenti
2 Commenti a “Da Swift a Vanzina”
  1. Carlo ha detto:

    Vorrei aggiungere alla lucida e come sempre ficcante riflessione di Recami un titolo che mi è caro, anche se non entra nel canone britannico: “Delitti esemplari” di Max Aub

  2. mauro imbimbo ha detto:

    L’unica osservazione che faccio all’amico scrittore è; come la metti con la Shoa? Il 99,99% dei commentatori direbbe che su quelle morti non si ironizza. Sarei curioso si sapere come la pensi. Per il resto, è vero che colui il quale ‘castiga ridendo i mori’ è davvero in gamba se non esclude se stesso dal mucchio. In pochi sono capaci. Anche nel caso dell’umorismo nero vale la regola: il fatto di provarci, a farlo, a praticare un genere, non garantisce nulla. I risultati, nelle arti, non dipendono dalle ‘buone intenzioni’, neppure quando vorresti essere cattivo.

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