Dio è morto, ma le Dee godono ottima salute

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Intervento al convegno “L’impensato della dea”- Università Bicocca di Milano. (Foto: Francesca Woodman)

Una quindicina di anni fa ho avuto modo di occuparmi di Marija Gimbutas in uno scritto che avevo intitolato Il linguaggio della dea. Come liberarsi di un mito. Si trattava di una relazione nata dal’incontro con donne attrici, in particolare con Ermanna Montanari del Teatro delle Albe di Ravenna, che aveva da poco messo in scena Rosvita, una sorta di “itinerario mistico” ispirato alla monaca di Gandersheim. Mi chiedevo allora come mai, se è vero come dicono che “Dio è morto”, le dee – le sante, le vergini guerriere, le mistiche – sembrano invece godere di ottima salute. Mi rendo conto che la domanda è oggi più attuale che mai, dato il credito che gode il tema del divino legato alla ricerca di identità della donna o sarebbe meglio dire di una “differenza” del femminile.

Quello che avvicina la ricerca di Gimbytas all’opera di Bachofen, Il matriarcato, è che, sia pure in modo diverso – l’uno attraverso il mito, l’altra attraverso i simboli conservati nei resti archeologici arcaici – hanno creduto di trovare la “prova concreta” di un “ordine sociale”, di una fase iniziale della civiltà, dominati dal “principio materno”: una cultura non violenta, incentrata sulla terra, che sarebbe stata spazzata via da una “aggressiva invasione maschile”.

Riguardo a questa tesi, dirò solo che condivido quanto scrive Lévi-Strauss ne Le strutture elementari della parentela, e cioè che le donne, qualunque sia il posto occupato eccezionalmente (regine, sacerdotesse, ecc.), hanno sempre rivestito in una società di uomini essenzialmente la funzione di “oggetti” e di “simboli”.

Le due forme (gruppi matrilineari e gruppi patrilineari) sono equivalenti soltanto da un punto di vista formale. Nella società umana esse non occupano né lo stesso posto né lo stesso rango. Dimenticarlo sarebbe come disconoscere il fatto fondamentale che sono gli uomini che scambiano le donne, e non viceversa (…) la donna, personalmente, non è mai altro che il simbolo della sua linea di discendenza. La filiazione matrilineare è la mano del padre o del fratello della donna che si estende fino al villaggio del cognato.”

Le due componenti del femminile sarebbero dunque state in origine ,per Bachofen come per Gimbutas, il sentimento d’amore  –“divino principio di amore, di vita, di pace” –  e la profonda conoscenza del divino. Da un lato quindi l’identificazione con la natura, la Madre Terra, e dall’altro con la sovranatura, la Dea, la trascendenza. Il sensibile e il sovrasensibile. Il capovolgimento, che vede il trionfo della “superiore forza fisica dell’uomo” sarebbe avvenuto in un secondo tempo: il principio maschile, eterno, divino, immateriale, si afferma come “superamento della tenebra materna”, uscita dalla “promiscuità con la materia femminile”. A quel punto il corpo femminile resta il teatro per una rappresentazione del sacro, ma il principio primo del creare e la sacralità si sono già spostate altrove.

Si può pensare che il carattere religioso attribuito in origine alla donna sia da mettere in relazione con il misterioso processo generativo che avviene nel suo corpo e che la imparenta con le forze invisibili. È per questo che essa continuerà a rappresentare la mediazione necessaria all’uomo per unirsi col suo dio, essendo l’unica  esistenza capace di tenere insieme in uno stesso organismo due vite, di svuotarsi nella maternità come nella relazione amorosa di ogni forza propria per far vivere l’altro al proprio interno, di spingersi oltre i confini del proprio io individuale, verso un altro essere.

La donna viene così a trovarsi nella posizione contraddittoria e drammatica che molto lucidamente aveva visto Virginia Woolf: un corpo esaltato immaginativamente quanto svilito, insignificante, storicamente; la donna costretta a scegliere tra una oggettivazione che la riduce a natura, e una trasfigurazione simbolica che innalzandola al di sopra della natura, la imparenta con le potenze invisibili.

Ida Magli (Storia laica di donne religiose) si meraviglia che le donne riescano con tanta facilità a passare “dal simbolico al concreto” e viceversa, a incarnare perfettamente un’idea per poi risorgere, o credere di rigenerarsi, disincarnandosi, in questa stessa idea.

Stretta tra il morire in vita e il rinascere in cielo, tra sensibile e sovrasensibile, sembra che all’esistenza femminile non sia stato dato luogo né confini reali per collocarsi.

Ciò spiegherebbe la ragione per cui, quando la donna vuol arrivare a una percezione più reale di sé, si rende necessario, come scrive Sibilla Aleramo, “un incessante sforzo auto creativo”.

Resta tuttavia la tentazione di riempire quella che Leroi-Gourhan chiama la “scena vuota” del Paleolitico, con la teatralizzazione di una nascita sublime del femminile, a risarcimento della cancellazione storica. Una sorta di rivalsa nell’immaginario, che finisce per ricalcare l’idealizzazione maschile dell’origine e del materno. Di fronte alla prospettiva di dover costruire la propria individualità, lontano da “tutto ciò che finora le donne hanno amato e in cui hanno creduto”, – “tragicamente autonome”– resta sicuramente più allettante pensare a un’identità femminile già esistente, “autentica”, ingigantita da una investitura divina.

Quanto questo accostamento del femminile al divino sia legato a un’idea di femminilità sacrificale, è evidente nella figura di Antigone creata da Maria Zambrano (La tomba di Antigone) e in Rosvita di Ermanna Montanari.

L’Antigone di Zambrano è la vittima su cui si erge la città dell’uomo e, al medesimo tempo, la riserva innocente che può riscattare le colpe dell’umanità. Rappresenta molto bene l’ambiguo destino che la cultura maschile ha riservato all’altro sesso, consentendogli di barattare uno stato di esclusione, di patimenti, di morte reale, con il miraggio di una seconda nascita, sublime, come principio universale di amore e giustizia. Antigone, nel passaggio dalla civiltà greca a quella cristiana, incarna la “passione della figlia” (un Cristo al femminile), a lei è affidata la rinascita della coscienza e di una “Nuova Legge” radicata nell’amore.

La perdita di individualità propria ha come risarcimento una coscienza “che non dipende da nessun io” e che perciò può farsi “umano specchio di giustizia”. In lei la storia va a rigenerarsi. Del destino che la cancella come persona Antigone sembra tuttavia avere una non troppo velata percezione: appare a se stessa “larva”, un corpo “sottratto da sempre al risveglio”, “come se non avessi nemmeno cominciato a rigirarmi nel ventre di mia madre”. Dubita di essere stata “anche solo una ragazza”, e sospetta che quella tomba, dov’è è chiamata a un compito eccezionale, “far nascere” tutti in una rinnovata coscienza di sé, le sia stata imposta “perché da lei non nascesse nulla”.

Come scrive Ida Magli: “le donne si liberano assolutizzando la propria condizione di vittime”.

Anche Rosvita, il personaggio portato in scena da Ermanna Montanari, presenta due volti contrapposti: quello delle donne creative (sacralità, profetismo), come la monaca medioevale a cui si ispira il testo, e quello di madri, nonne, donne della propria infanzia, che vivono nel ricordo dei loro corpi muti. Si profila un “itinerario mistico” per sollevare la sorte femminile: dal patimento e dalla morte di sé alla resurrezione in una immagine di alta spiritualità. È la “fame di religione”, di miti e di credi, di chi si è sentito orfano della storia. Ma è proprio questa tensione verso il sublime, questa “misura” posta fuori di sé che finisce per divorare l’essere in carne ossa. Dice a un certo punto Rosvita:

“Verginità, Martirio, Santità. Mi sto mangiando il corpo.”

“Ma come posso io, con questi polmoni, con questi ginocchi, queste reni, questi piedi..”

risponde a chi vorrebbe diventasse simile agli angeli di dio.

Anziché dialogare con le potenze invisibili, in attesa di una investitura divina, l’altra strada possibile è ascoltare attraverso la memoria del corpo le voci interne maschili e femminili, le figure particolari di cui è intessuta la storia di ognuna.

Commenti
2 Commenti a “Dio è morto, ma le Dee godono ottima salute”
  1. Paolo ha detto:

    non mi pare che le figure sacrificali maschili manchino

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  1. […] Articolo pubblicato il 28.IV.2014 su Minima&Moralia, per leggerlo clicca qui […]



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