Il filo

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Questo racconto è stato pubblicato tra il I e II volume della nuova trilogia grimdark di Joe Abercrombie, “L’Età della Follia”, nella quale il suo mondo fantasy de “La Prima Legge” si addentra nella rivoluzione industriale, politica e sociale. “La Prima Legge” e “Un piccolo odio” sono stati pubblicati da Mondadori nel 2019, “Il problema con la pace” uscirà in Italia ad Aprile. Le edizioni italiane sono a cura di Edoardo Rialti.

di Joe Abercrombie

Sabra raccolse le ultime capsule dell’ultima pianta, i baccelli tutti schiusi con la loro lanugine bianca, le gettò nella sacca e trasse un lungo sospiro mentre si raddrizzava. Strizzò gli occhi al sole, asciugò il sudore dalla fronte, sbatté via la lanugine dai polpastrelli doloranti, spostò la cinghia della sacca sulla spalla dolorante, si massaggiò la schiena dolorante e trasse un altro sospiro. La solita trafila.

“Che fatica, a lavorare, eh?”, disse Kurin, scostandosi un po’ il cappello all’indietro per asciugare la fronte sudata.

Lui sembrava trovarsi sempre nei paraggi. A occuparsi della fila di piante successiva quando raccoglievano. A ficcare la balla accanto alla sua quando le ammucchiavano. A posare il piatto sul tavolo accanto a quello di lei quando mangiavano. Credeva di averlo sorpreso a guardarla, a volte. O forse lei voleva solo crederci. Dopo tutto, era un bell’uomo, con quelle spalle larghe e i bei denti e un sorriso piacevole.

Lei lanciò un’occhiata nervosa, preoccupata che il sorvegliante potesse notarli mentre parlavano, poi si ricordò che il sorvegliante non c’era più. Trascinato nella polvere dietro un asino, per poi venire picchiato a morte con le pale e nessuno a sentirne la mancanza. Non erano più schiavi. Erano liberi e potevano parlare quanto volevano. Purché arrivassero alla loro quota.

“Che caldo, a lavorare”, disse lei, abbassando un po’ il suo, di cappello, metà per nascondersi dal sole, metà per nascondersi da Kurin. Credeva di essere arrossita, un po’.

“Ecco.” Lui le offrì la propria borraccia. Poi si asciugò il collo con la manica e gliela offrì di nuovo. Aveva la manica sporca. Tutte le loro maniche lo erano. Ma fu un bel gesto. Senza dubbio lei lo avrebbe trovato un gesto meno bello se lui fosse stato meno carino. Ma è l’amara verità sulle persone di bell’aspetto.

Voleva rovesciarsela sulla faccia, invece trasse quello che immaginava fosse un sorsetto da signora e gliela restituì. “Molto gentile”, disse, nascondendosi di nuovo dietro la tesa del cappello.

“Prendine ancora un po’, se vuoi”, disse lui, sempre sorridendo. “Adesso siamo liberi.”

Lei ci pensò su. “Sì, siamo liberi.” E ne bevve un altro sorso, come per dimostrarlo a se stessa.

Erano liberi, ed era una gran cosa. Una cosa meravigliosa. Una cosa per cui tutti avevano supplicato Dio, per anni e anni. Solo che a volte Sabra si chiedeva se le cose fossero cambiate così tanto, dopo tutto.

Da schiava aveva dormito in una baracca puzzolente e mangiato pasta di lenticchie. Adesso che era libera viveva nella stessa baracca puzzolente e mangiava la stessa pasta di lenticchie, ma per il privilegio doveva pagare l’uomo che viveva nella casa del suo vecchio padrone. Il suo padrone era stato fatto a pezzi e lei non aveva versato lacrime per lui, ma l’uomo che viveva nella casa adesso la guardava proprio come faceva lui.

Se uno schiavo riempiva la sua sacca troppo lentamente, poteva essere picchiato.  Poteva venire frustato. Per farne un esempio, per spronare gli altri. Adesso se un bracciante non riusciva a raggiungere la sua quota, non veniva pagato. A quel punto non avrebbe avuto un tetto. Né ottenuto del cibo. Poi un giorno sarebbe sparito e basta e avrebbero trovato un nuovo bracciante. C’erano sempre nuovi braccianti. Aveva sentito dire che era così che si faceva nell’Unione. Si vantavano di non avere schiavi laggiù. Ma non era sicura che fosse meglio, non più. Nei suoi momenti bui si chiedeva se potesse essere persino peggio.

Ma non voleva che Kurin vedesse i suoi momenti bui, così sorrise mentre gli riconsegnava la fiaschetta. Le cose non erano cambiate quanto avrebbe voluto. Ma adesso almeno poteva sorridere. “Grazie”, disse lei, mentre si chinava verso la pianta successiva e iniziava a sfrondare le capsule, i baccelli tutti aperti con la loro lanugine bianca.

“Sei fortunata”, disse Kurin, sempre guardandola, sempre sorridendo.

A ciò, lei alzò lo sguardo. “Non l’ho mai pensato nemmeno una volta in tutta la mia vita.”

“Sei piccola.”

Lei si drizzò in tutta la sua altezza che, in realtà, non era gran che. “Siamo tutti alti come Dio ci ha fatto”.

“E, grazie a Dio, per raccogliere non devi abbassarti come faccio io.”

Sabra non poté fare a meno di ridere. Senza dubbio sarebbe stato meno divertente se lui fosse stato meno carino. Ma eccovi di nuovo l’amara verità. “Vero. Ma la sera mi fa comunque male la schiena. E quando la mia sacca è piena si trascina per terra, mentre la tua ti sfiora le ginocchia e le tiene all’ombra, come un bel vestito da signora”.

Kurin rise. “È vero. Non ci avevo mai pensato. Forse siamo entrambi più fortunati di quanto pensassimo.”

“Forse”, disse Sabra, ma non ne era convinta.

Giù, vicino al recinto, i carri si allontanavano piano. Via nella polvere alla volta di Dagoska, carichi di balle alte quasi quanto lei. Sabra si chiese quanto del suo lavoro, del suo sudore, del suo dolore fosse finito in uno di quei grandi blocchi grigi. Ma chiederselo non serviva a niente. Trasse un sospiro, si asciugò il sudore dalla fronte e cominciò a strappare la lanugine dalle piante e a ficcarla nella sacca.

La quota non si raggiungeva da sola.

*

“Allora, come possiamo arricchirci l’un l’altro quest’oggi?” chiese Baseem, facendo un gran sorriso a questo sciocco Rosa bruciato dal sole. Dopo tutto, poteva permettersi di sorridere.

Gli affari andavano bene.

La piazza davanti al Grande Tempio di Dagoska brulicava di compratori e venditori, che vociavano l’uno sull’altro in trenta lingue diverse. Gli starnazzi e i ragli del bestiame, il rumore di bilance e metri, il rigoroso tintinnio delle monete da ogni landa del Circolo del Mondo.

Questo acquirente Rosa fissava accigliato una delle balle di Baseem. Di quelle appena arrivate. Le uniche balle di Baseem erano quelle appena arrivate. E appena arrivate, le vendeva. “Posso pagare quaranta a balla” bofonchiò l’altro nel suo Kantico irregolare.

Baseem sorrise. Poteva permettersi di sorridere tutto il giorno.

Gli affari andavano meglio di quanto non fossero mai andati. Meglio di quando Baseem era ragazzo, e aveva lavorato per la prima volta in questa piazza presso suo padre, e i Rosa avevano attraversato il Mare del Circolo per acquistare sete e lino. Prima che i Rosa annettessero la città all’Unione, si impossessassero del commercio e lo rovinassero. Prima che i Gurkish conquistassero la città e paralizzassero il commercio del tutto. Adesso il Profeta era andato ovunque andassero i Profeti, presumibilmente in paradiso ma probabilmente nella direzione opposta, i Gurkishsi erano ritirati e Dagoska apparteneva di nuovo ai Dagoskani, e gli affari andavano meglio che mai.

“Questi vengono sessanta a balla”, disse con calma Baseem.

“Sessanta?” fece l’uomo, con voce stridula e sdegnata. “Già cinquanta sarebbe un furto!”

“Eppure sessanta è il mio prezzo”.

“Posso arrivare a cinquantacinque e non una moneta di più.”

Baseem sorrise. Cinquantacinque sarebbe stato un prezzo ridicolo la scorsa stagione, ma i prezzi continuavano a salire. Era irremovibile su sessanta, il doppio di quanto le aveva pagate. “Sessanta”, disse, “è il mio prezzo.”

Si sarebbe potuto pensare, dal momento che i Rosa avevano ucciso il padre di Baseem in una delle loro numerose purghe e distrutto l’attività e trasformato la stessa Dagoska in un cumulo di maledette macerie con la loro corruzione e cattiva gestione, che Baseem si sarebbe particolarmente divertito a spennare questo bastardo Unionista abbrustolito dal sole, ma Baseem non faceva favoritismi. Avrebbe spennato gente di Suljuk, della Stiria, del Vecchio Impero, del Nord, di Gurkhul, di Kadir, di Yashtavit o altri della stessa Dagoska, se si fosse presentata l’occasione, e tutti col medesimo entusiasmo. Il pregiudizio è un lusso che nessun buon mercante può permettersi, diceva sempre suo padre. Prima che lo impiccassero.

“È della migliore qualità, amico mio”, dichiarò Baseemcon una pacca su una balla che sollevò una nuvoletta di polvere. “Kadiri, dai ricchi pendii della valle del Rhozin. La migliore.” Non era migliore della media e probabilmente persino peggiore, mal confezionata in qualche piantagione riarsa, lontana dall’acqua, ma l’onestà era roba per il tempio e non per il mercato. Questo maledetto sciocco Rosa non avrebbe notato la differenza, e pure in caso contrario non gli sarebbe importato. Adesso qualunque vecchia spazzatura si vendeva comunque.

Il Rosa assottigliò gli occhi in uno sfoggio di sospetto. “Non stai cercando di fregarmi?”

Baseem respinse la cosa con uno sbuffo. “In primo luogo, vivo della mia reputazione”. La reputazione di Baseem non era migliore della media e probabilmente peggiore, ma a nessuno importava perché la sua merce era estremamente richiesta. “In secondo luogo, non oserei mai.”Sebbene in realtà avrebbe osato qualsiasi cosa per il prezzo giusto e spesso l’aveva fatto prima che gli affari diventassero così buoni da non richiederlo più. “In terzo luogo, come potrei ingannare un uomo col tuo discernimento?” Questo Rosa era uno zoticone e uno spaccone che s’illudeva ogni mattina di essere un mercante di un certo livello. “Ma in ogni caso, amico mio, se riesci a trovare un prezzo migliore, allora vai con Dio, non dovrò cercare a lungo un altro compratore.”

Dall’altra parte del mare, dopo tutto, le macchine andavano alimentate. Ogni giorno più numerose e fameliche. E Baseem si voltò verso la massa ribollente di compratori che intasava il mercato.

“E va bene”, disse il Rosa, come Baseem sapeva che avrebbe fatto. “Va bene. Sessanta a balla”. E aprì il borsello e cominciò a contare le monete.

“Non te ne pentirai, amico mio”, disse Baseem, a cui non importava un ceppo di merda di cammello che questo idiota rosa se ne pentisse o meno. “Cento balle giù al molo!” vociò a suo figlio, le cui spalle si afflosciarono mentre iniziava a radunare i portatori.

Il ragazzo non si impegnava con zelo. Si distraeva facilmente. Non era affatto come Baseem quando lavorava per suo padre. Così desideroso di imparare! Ma anche di parlare con le ragazze. Osservò accigliato suo figlio. Forse era ingiusto col ragazzo, come gli diceva sempre sua moglie. Ma la giustizia era roba per il tempio, non per il mercato. Ed era passato un po’ di tempo da quando Baseem aveva avuto un po’ di tempo per il tempio.

Gli affari andavano bene, dopo tutto. Non erano mai andati così bene.

Si rivolse al successivo, imperlato di sudore e ignorante mercante rosa, strofinandosi le mani. “Allora, come possiamo arricchirci l’un l’altro quest’oggi?”

*

“Non mi piace”, mormorò Jens, osservando la sua gente che si occupava dei filatoi. Troppe parti scoperte. Ruote e cinghie e alberi di trasmissione che correvano. Si chiedeva quando sarebbe capitato il prossimo incidente. E lo si poteva definire un incidente, davvero, sapendo che sarebbe capitato? Sapendo che era una questione di quando, non di se? Fece una smorfia e si massaggiò il ponte del naso. Non dormiva bene. Non dormiva bene dall’ultimo incidente. Riusciva ancora a sentire le urla di quella ragazza.

“Fate attenzione, tutti quanti”, vocio mentre percorreva il capannone a grandi passi, dando pacche sulla schiena, distribuendo pollici in su, elargendo incoraggiamenti. “Puliti e attenti, eh?

Jens aveva detto a Zeitser che era preoccupato per la sicurezza, ma Zeitser non voleva sentirne parlare. Aveva detto: “Sei un caposquadra, non una bambinaia”. Aveva detto: “La sicurezza non è affar tuo, assicurati solo del filo sulle bobine”. Tanti metri di filo quanti ne possono produrre uomo e macchina.

C’era un nuovo grosso ordine. Un nuovo grosso cliente. Vallimir o qualcuno del genere su a Valbeck, che tesseva nuove stoffe su quei grossi telai ad acqua che avevano lassù.Clienti sempre nuovi. Telai sempre più grandi. E sempre nuovi metri di filo che uscivano strillando dalle bobine. Gli facevano pensare alle urla di quella ragazza. Non poteva essere una cosa buona per le macchine, essere spinte così veloce, così a lungo.

Jens aveva detto a Zeitser che ci sarebbero state meno misure se le macchine si fossero rotte perché lavoravano troppo, o se gli operai si fossero rotti perché lavoravano troppo anche loro, ma Zeitser non aveva voluto sentire nemmeno questo. Aveva detto: “Le signore hanno bisogno di vestiti e non hanno pazienza con le scuse.”

Jens si chiese quanta pazienza avrebbero avuto quando i loro maledetti vestiti fossero caduti a pezzi mentre li indossavano. Si fece avanti ed esaminò il filo a occhi socchiusi. Lo attorcigliò tra indice e pollice. “Non mi piace”, mormorò. Usciva dai fusi troppo soffice. Sciolto. “Queste nuove balle non sono buone per un cazzo” ruggì a Hanner.

“Fanno cagare il cazzo!” Hanner ruggì in risposta sopra il rumore. Poi scrollò le spalle. “Ma possiamo filare solo con quelle che abbiamo.”

Jens aveva detto a Zeitser che era preoccupato per la qualità, e Zeitser lo aveva guardato come se la qualità, al pari della sicurezza, fosse una parola in una lingua straniera, e aveva detto: “Sei un caposquadra non un ricamatore”, e poi, “A nessuno importa un cazzo della qualità, solo il numero di metri sulle bobine.”

Jens non era sciocco. Aveva visto il visitatore, a tarda notte, presentarsi nell’ufficio all’angolo con i suoi documenti. Un omino ordinato e incolore, con Valint e Balk scritto sulla sua bella valigetta. Zeitser aveva debiti, e interessi da pagare, e padroni anche lui, padroni ancora più difficili da soddisfare di Zeitser stesso. Quindi non poteva preoccuparsi della sicurezza, o della qualità, o difar lavorare troppo duramente. Gli importava solo delle misure.

“Attenzione, tutti quanti!”vociò Jens.“Puliti, attenti e produttivi, eh?” Potevano fermarsi al tramonto e sfornare ancora qualche centinaio di metri. Non che fosse abbastanza per Padron Zeitser, naturalmente. Avresti potuto avvolgere il maledetto mondo col filo e per Zeitser non sarebbe stato comunque abbastanza.

Jens scosse la testa, e osservò il filo uscire strillando dai rulli, e si chiese quando sarebbe capitato il prossimo incidente.

*

“Al diavolo questo filo!” ringhiò Grette. Si era di nuovo spezzato, il maledetto. Alzò l’ago come se volesse scaraventarlo a terra, ma sapeva che se l’avesse fatto avrebbe trascorso ore in ginocchio a cercarlo, e non aveva ore da perdere.

“Questo filo”, sibilò, “cosa c’è che non va in questo maledetto filo?”

Il filo era cattivo. Sapeva che il filo era cattivo. Ma la verità è che aveva problemi più grandi del filo. Quando le cose si offuscarono dopo una lunga seduta con l’ago, non aveva voluto ammetterlo. Non aveva osato ammetterlo. Si era detta che non era niente. All’inizio aveva avuto problemi solo al lume di candela. Solo col ricamo. Aveva ricevuto così tante ordinazioni, e nessuno di cui potersi fidare col lavoro di fino. Ma ben presto era stato così tutto il tempo. Adesso non c’era modo di negarlo.

Lei non vedeva.

Premette la base dei palmi tremanti sugli occhi, sentì le lacrime pizzicare l’interno delle palpebre.

“Questo deve essere buono”, piagnucolava. “Questo deve essere il migliore.”

L’ultimo vestito non era stato abbastanza buono. Selestdan Heugen aveva avuto parole di fuoco. Si era rifiutata di pagare. Quanto le era costato tutto ciò. In denaro. Tempo. Reputazione. Non poteva permettersi un altro fallimento. Ma, per i Fati, ormai tutto era offuscato, al lume di candela, alla luce del giorno, con ogni illuminazione. Non riusciva quasi a capire se il lavoro era buono o cattivo, e adesso anche quel maledetto filo la tradiva.

Si ritrasse dal tavolo, distolse la faccia. Non voleva rischiare che le lacrime macchiassero la stoffa. Il costo della stoffa. Per ii Fati. Ma era tardi, e c’era così tanto da fare, e lei non aveva mai realizzato i suoi lavori migliori quand’era di fretta. “Questo deve essere buono.”

Sentiva la mano di Maree sulla sua spalla tremante. “Devi riposare, mamma. Forse potrei farne un po’…”

“Non essere ridicola, cazzo!” strillò Grette, e un istante dopo abbassò nuovamente la voce. “Mi dispiace. Mi dispiace tanto. È solo che… sai che non puoi fare il lavoro di fino. Che devo essere io. Ma sono già in ritardo, e il pezzo è per una funzione domani sera e se non è pronto…per i Fati, se non è pronto…” Sentì ancora il pizzicore delle lacrime nei suoi inutili occhi. Se non fosse pronto lei era finita. Se non fosse stato pronto la sua reputazione sarebbe affondata, e le grandi dame che si affidavano a lei non l’avrebbero fatto più. Se non fosse stata pronto lei era bella che rovinata. Ogni abito doveva essere migliore di quello precedente. Stoffa più costosa, lavoro più ordinato, ricami più fini, nuovi dettagli, e quelle signore erano vendicative come Glustrod se non ottenevano esattamente quello che volevano. Più la dama è raffinata, più selvaggia è quando reagisce.

“C’è solo. . . ” Le tremava la voce. “C’è solo così tanto da fare.”

Si slacciò il bottone più in alto. Per i Fati, le pareva di soffocare. Tutta quella massa di stoffa e pizzi e balza in grembo, a soffocarla, a strozzarla. Cercò di trovare la cruna dell’ago con il filo, ma che i Fati l’aiutassero, tutto l’ago era uno sbaffo confuso, tutta la sua mano una macchia, come poteva sperare di trovare la cruna con questo orribile, molle filo cascante?

“Lascia almeno che te lo infili io, mamma”, la voce di Maree, che sembrava sul punto di spezzarsi a sua volta. “Lascia almeno che lo infili.”

“Sì.” Grette lasciò ricadere il filo, cedette l’ago dalle dita doloranti. “Sì, fallo tu.” Chiuse gli occhi e respirò un attimo. Cercò di calmarsi. I suoi nervi non erano mai stati i più forti in circolazione.

“Ecco, mamma. Ecco fatto. Adesso respira. Devo portare su un’altra candela?”

“Sì. Grazie, cara. Sarei perduta senza di te.” Lo era comunque. Grette fece un respiro tremante. Doveva stare calma. Doveva avere le mani ferme. Si piegò di nuovo al lavoro. “Portane un altro paio.”

E lei strinse i denti, assottigliando disperatamente le palpebre, cercando di forzare gli occhi doloranti a concentrarsi sulla stoffa. “Dentro e fuori, dolce, ordinato, e dentro e fuori, solo un lievissimo strattone, e…

“Fanculo questo cazzo di filo!”strillò.

*

Freid schiuse delicatamente la confezione per dare una sbirciatina. L’arrivo di un vestito costituiva sempre un momento emozionante. La splendida stoffa che Lady Savine aveva scelto, e il pizzo andava bene come sempre, ma. . . Freid si accigliò, scostando ulteriormente la carta, percorrendo una linea di ricamo con la punta delle dita. Le cuciture non sembravano affatto buone.

“Cielo, oh cielo”, mormorò, e portò il vestito al piano di sopra, con la delicatezza riservata a qualcosa che valesse più di lei.Ed era proprio così, senz’ombra di dubbio.

“Da Grette Brine?” Zuri si avvicinò a lei nel camerino esterno. Aveva una camminata così bella, così aggraziata. “Meglio tardi che mai, suppongo.”

“Forse”, disse Freid, dubbiosa.

Zuri la guardò, inarcando le sopracciglia scure. “È così male?”

Freid tenne le spalline contro le sue stesse spalle e scosse il vestito giù davanti a sé per permettere a Zuri di avere una buona visuale. “Ai miei occhi, non è buono abbastanza.”

“E tu hai occhi molto buoni, Freid.” Zuri si avvicinò, passandosi quella magnifica stoffa tra le lunghe dita, valutando come cadeva. “Se dici che non è buono abbastanza…”

“Grette ha consegnato?” Attraverso la porta semiaperta Freid poteva scorgere Lady Savine, immobile come una statua nella sua biancheria intima montata a metà, una dozzina di diverse immagini scheggiate di sé stessa riflesse negli specchi disposti in diverse angolazioni. Non poteva girare la testa perché Metello era sulla scaletta a sistemare la parrucca, ma scoccava occhiate di traverso verso il vestito. “Com’è?”

“Ai miei occhi”, mormorò Zuri, abbassandosi e sollevando l’orlo, reggendolo alla luce, “non è buono abbastanza”.

“Beh, tu possiedi l’occhio migliore che conosco”, disse Lady Savine. “Se dici che non è buono abbastanza allora non ho dubbi che non lo sia”. A ciò Freid vide Lisbit tenere un po’ il broncio mentre mescolava la cipria e talchi. Ma non aveva senso discutere con i fatti. Zuri aveva l’occhio migliore che si conoscesse, e per questo era diventata la dama di compagna di Lady Savine. E le cuciture non erano abbastanza buone, pure Freid se n’era accorta subito.

“Grette faceva dei vestiti così belli”, disse Lady Savine, con nostalgia.

Freid annuì. “Alcune delle migliori cuciture che abbia mai visto.”

“Le sarte sono come gli abiti, forse” mormorò Zuri. “Durano solo fino a un certo punto.” Fissò accigliata l’orlo, ne strinse un pezzetto e lo tenne alla luce. “Per il respiro di Dio, qui c’è un filo che penzola.”

Metello emise un sussulto di indignazione intorno al pettine che aveva tra i denti. Lisbit pareva stesse per vomitare. “Voleva vestire la nostra padrona di stracci”borbottò con rabbia.

“Devo trattenere il pagamento?” chiese Zuri, rialzandosi.

Lady Savine emise un sospiro frustrato, i muscoli delle spalle che guizzavano nel sollevarsi, per poi ricadere. “Pagatela la metà.In memoria dei vecchi tempi. Ma non le daremo altre commissioni.”

“Molto bene, mia signora”, disse Zuri, prendendo nota nel suo taccuino.

“Cosa devo farne?” chiese Freid. Guardandolo da cameriera del guardaroba di Savine dan Glokta, le cuciture erano una vergogna. Guardandolo da ragazza cresciuta dalla parte sbagliata degli Archi, per i Fati, era ancora un bellissimo vestito. Pensò a come si sarebbe sentita sua madre, solo a toccare la stoffa.

“Lady Savine non può indossarlo”,sentenziò Zuri. “E nessuno può vedere cosa avrebbe potuto indossare. Brucialo.”La ragazza si diresse velocemente verso la soglia. “E porta quello blu.”

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