La leggerezza della lumaca

Pubblichiamo un racconto dalla raccolta “Gli effetti invisibili del nuoto” di Alessandro Capponi, uscito a settembre per Hacca Edizioni.

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Fino a quel giorno era stata una bambina buona, un’adolescente assennata, una brava ragazza e una donna solida e stabile: questo pensò di sé la lumaca Beatrice andando di buon mattino in metropolitana verso il lavoro; lo pensò in un modo preciso, se è possibile spiegarlo così: quell’idea le lasciò sul viso una specie di ghigno.

Il suo sguardo si posò su un ragazzino diretto al liceo, o chissà dove ma comunque in divisa da liceale, zaino sulle spalle e cuffie alle orecchie; aveva l’età della figlia, più o meno, dondolava la testa a metronomo e teneva gli occhi chiusi, a seguire il flusso di note che doveva arrivargli nel cervello. Beatrice si avvicinò e gli sollevò un lato delle cuffie, e nello spazio creato, verso l’orecchio, gli sussurrò: Cosa ascolti?

Ma quello sobbalzò e solo fissandola si accorse che non c’era pericolo. Cosa scusi? Beatrice sorrise, e il ragazzino solo allora parve accorgersi davvero di lei: e forse gli parve tra le donne più belle che avesse mai visto perché rimase ebete ad aspettare la risposta. E a Beatrice non parve vero: è tutta la vita che guardo voi ragazzini dondolarvi con la musica nelle orecchie, ma io quando i walk man sono usciti ero già troppo adulta, troppo inserita, troppo impegnata per fermarmi ad ascoltare, o anche solo per chiedere a uno di voi cosa stesse ascoltando, tu scusami però, io non volevo spaventarti.

Il ragazzino si sfilò le cuffie e in un gesto morbido e ampio fece per calzargliele sulla testa; intanto disse: Non è un walk man è un iphone, e accompagnò le cuffie sui lobi di lei con dita delicate e, così parve a Beatrice, perfino troppo sapienti per la sua età.

Arrivò la musica ed era puro rock, chitarra elettrica, basso e batteria, dei suoi tempi le parve. Sfilò le cuffie e le porse al ragazzino, Grazie, gli sorrise dentro il frastuono della frenata del treno; la sbuffata meccanica anticipò appena l’apertura delle porte, lei scivolò fuori rapida e si fermò sulla banchina a guardare il treno ripartire. Subito dopo lesse il nome della stazione, che era due fermate prima di quella giusta.

Quel soprannome, lumaca, le era stato dato a sfregio vent’anni prima, forse per cancellare con i modesti risultati sportivi un po’ di quella bellezza che si portava in vasca; a lei non dispiaceva, e se ne sentì infastidita solamente da adulta, quando le capitò di pensare che era una beffa, così di fretta come sempre andava.

Non era capace di risparmiarsi, quale che fosse l’impegno: per il lavoro, per la casa, per tutte le esigenze dell’uomo che aveva sposato e della figlia quattordicenne, e poi c’erano le faccende domestiche, le bollette, i certificati medici da ritirare e portare a scuola o chissà dove, e quelli bisognava anche chiederli prima, e prima ancora bisognava sapere che erano necessari e quindi prima prima bisognava preoccuparsene, e Beatrice era così brava a preoccuparsi di tutto, a provvedere a tutto, per tutti, nonni, fratelli, sorelle e nipoti inclusi. La lumaca Beatrice, sempre, scattava.

Aveva appena compiuto trentasette anni, era bella come se ne avesse avuti dieci di meno e, le capitò di pensare nei sotterranei della metropolitana, si sentiva stanca come se ne avesse avuti trenta di più.

Per un momento quella mattina, prima che tutto precipitasse, le venne in mente di telefonare in agenzia e prendersi un giorno di vacanza: quand’era ancora sulle scale mobili della metro estrasse il telefono dalla borsa e quello trillò; lei rispose con una qualche lentezza perché portando l’apparecchio all’orecchio riconobbe il segnale di un messaggio in arrivo, e fu tentata di aprirlo anche se c’era il suo capo in linea ad aspettare, e così rispose, sia pure con una qualche resistenza. La riunione prevista per l’indomani era stata anticipata a quello stesso pomeriggio. Va bene dai arrivo, disse lei, interrompendo la voce già sfibrata dell’altro. Il messaggio invece era della figlia, la pregava di ricordare i colloqui con i professori. Non poteva più dimenticarli del resto, erano alla stessa ora della riunione.

Sbuffò e cacciò fuori quel senso di rassegnazione che sempre più spesso l’assaliva, e senza pensare salì le scale verso l’uscita e forse per reazione prese un passo stretto e rabbioso, veloce e determinato: quando sbucò sulla terra, col sole ad accoglierla, rimase immobile in cima alle scale. Gli occhi chiusi ad accompagnare, sia pure fugacemente, quel tepore ovunque sulla pelle. Era fine ottobre e piazza della Repubblica, proprio a un passo dalla stazione Termini, era colma di turisti che, come lei, indugiavano al sole. Ne scorse un po’ in t-shirt, pantaloncini e occhiali scuri seduti al tavolino di un bar al margine della piazza e li invidiò, e li raggiunse, e chiese Un cappuccino, con tanta schiuma, e un cornetto non integrale, quelli con la glassa sopra, grazie; il ragazzo del bar che l’aveva raggiunta al tavolo scrisse due scarabocchi sul taccuino e poi rimase a sorriderle, metà galante metà pigro, e lei chiuse gli occhi di nuovo, il sole quel giorno pareva caldo come in estate.

Quel tepore fu inquinato più volte dall’avviso dei messaggi in arrivo. Cra cra. Il marito le chiedeva di fare la spesa, lui non poteva, e ricordati i prof di marta, per favore. Lei li lesse via via con sempre minori sensi di colpa e quando si alzò, ben oltre le dieci, le sembrava di averli già tutti dimenticati, le sembrava che non fossero mai arrivati, dev’essersi rotto il telefonino l’ho portato a riparare. E di nuovo ghignò. Ma adesso, circumnavigando la piazza, quasi in cima a via Nazionale, le sembrò anche di non riuscire a respirare bene, come da ragazza quando si ritrovava al blocco dopo una vasca in apnea, e lei era lenta anche sott’acqua e quando sbucava al blocco poi stava cinque minuti a immergere la testa e fare bolle, prendere aria, fare ancora bolle, così ad oltranza, e quello prese a fare camminando, le bolle, inspirare, le bolle, inspirare, bolle, inspirare…

Fu all’inizio di via Nazionale che le sembrò di aver ritrovato fiato, e così ripartì: scendendo di crawl. Era abituata agli sguardi degli uomini e non le pesò che quella mattina si aggiungessero anche quelli delle donne, degli anziani, dei ragazzini scappati da scuola. Proseguì spedita, le mani a cercare il punto più alto dell’aria, la testa a voltarsi nella respirazione, le gambe sicure e svelte.

A metà della discesa attraversò il flusso di auto con cautela, a rana, senza mai chiudere gli occhi come pure le capitava in acqua; si infilò a dorso nelle viuzze del rione Monti, da via dei Serpenti in giù, a scendere fino all’ufficio, nella piazza principale, e così s’affacciò all’edicola di ogni giorno, dal tabaccaio di sempre, dal fornaio per il pane della cena. Entrava nuotando e nuotando chiedeva ciò che le serviva, e quelli le chiedevano Tutto bene signorina?, Bene benissimo e lei?, rispondeva radiosa. Fece un salto pure al negozietto di telefonini, Vorrei solo pulirlo, l’ho già spento, pulitelo e tenetelo diciamo fino a domani, va bene?, passo a prenderlo a quest’ora, solo pulirlo, ha qualche tasto difettoso ma credo sia solo polvere, grazie.

Con quella giornata di sole il suo dorso di strada finì più volte per colpire gli sciami di turisti che procedevano in senso inverso; lei si bloccava e quelli la guardavano sorridendo, la indicavano ai compagni di viaggio, e tutti sembravano sorpresi e divertiti; a sua volta Beatrice sorrideva a tutti. Si accorse di quanto fosse tardi solo quando sbucò dall’ascensore al pianerottolo dell’agenzia: la porta era accostata ma comunque già da lì le arrivarono segnali di pura frenesia, di suonerie, di stampanti, di voci tese dentro telefonate a linea difettosa, di mobili trascinati in assetto da accoglienza, o insomma da combattimento. Dettagli, il suo capo vent’anni prima ne aveva fatto uno slogan fortunato e da allora continuava a usarlo, dettagli beatrice, dettagli. Vent’anni prima lo aveva stimato molto, aveva imparato da lui, aveva lavorato solo per lui, e in fondo a lui doveva tutto. Vero, ma la domanda che le ronzava in testa da qualche giorno era: davvero aveva faticato tanto per lavorare in società con quello là? Ma come aveva fatto a resistere per così tanto tempo, come? Mantenere se stessa e la figlia, poterlo fare autonomamente se si fosse reso necessario, era stato quello l’unico risultato. Le sembrò importante, certo, ma poi l’idea fu disintegrata dal ricordo dei suoi sogni di ragazza.

Si ricompose prima di aprire la porta, la giacca del tailleur sbilenca per via delle bracciate, dettagli, ecco ora va bene, spinse la porta ed entrò. Affrontò l’ingresso in un crawl veloce e costante, inarrestabile, concentrata come in una gara. Le segretarie tacquero, la frenesia s’attenuò, l’unico rumore nitido divenne quello dei tacchi del suo capo, in avvicinamento sul parquet, eccolo sulla porta dell’ufficio di Beatrice, neanche un capello fuori posto, rasato di fresco, ampio sorriso, Beatrice stai bene?

Lei si sedette alla scrivania e rispose con una qualche sorpresa: Sì certo benissimo, scusami per il ritardo, il solito inferno a casa. E rimase a guardarlo. L’uomo ricambiò lo sguardo con aria grave, Puoi venire da me che facciamo un punto prima della riunione? Lei disse di sì e si alzò, svicolò dalla scrivania a rana, andò a dorso lungo tutto il corridoio, entrò nella stanza, Beatrice sei sicura di stare bene?, le andava dietro quello.

Beatrice sedette e annuì, Benissimo, mai stata meglio, e così lui, inizialmente con qualche esitazione, poté illustrarle la relazione, seduto composto immobile, come preferiva. Quand’ebbe finito, Beatrice si alzò e prese a nuotare a dorso in circonferenze, sbuffava e lavorava sulla respirazione, e così andando segnalò le parti da migliorare, una per una, a memoria, senza un appunto. Disse cosa cambiare e come, sistemò tutto andando di dorso. L’uomo spesso faceva resistenza, ma quasi sempre si chinava a prendere appunti. Poi si sedette a scrivere al computer, stampò le pagine lavorate e nel gesto di raccoglierle nella pancia della fotocopiatrice domandò a Beatrice se non preferisse andare a casa, agitata com’era. Lei, sapendo che avrebbe suscitato ora sollievo nello sguardo del capo e poco dopo sarcasmo nelle parole dei colleghi, accettò sorridendo: s’infilò di crawl nel lungo corridoio, nella sua stanza per recuperare la giacca e infine nell’ascensore. Era da poco passata l’ora del pranzo, aveva tutto il tempo per raggiungere la scuola della figlia. Naturalmente, andò a nuoto.

Salì le grandi scale di marmo bianco a farfalla e, una volta sulla soglia della classe, andò incontro alla professoressa di latino e greco con una rana sorridente. Lo sguardo e il silenzio che ne ebbe in cambio le parve un misto di sorpresa e timore, così tanto che si sentì in dovere di parlare per cercare di riportare alla routine quella donna anziana. Allora come va Marta? La professoressa la fissò senza parlare, evidentemente stava ancora pensando all’entrata a rana, ma fu presto rapita da un altro pensiero: questa donna era la madre di quale Marta? Beatrice lo intuì e precisò Marta Bonfigli, quarta ginnasio, sezione E. La donna spiegò che stavano per abolirlo il ginnasio, in che paese viviamo, ma comunque: Marta va bene, è scrupolosa, è attenta, è seria, è tra le migliori della classe. A Beatrice quelle parole fecero male: ripensò a se stessa all’età di Marta e le venne su la nausea di quel macigno chiamato senso di responsabilità che aveva inoculato alla figlia, per così tanto tempo; le venne da piangere all’idea che la figlia a quattordici anni non marinasse la scuola, che non fumasse erba, che non organizzasse proteste e assemblee. Non chiese altro, salutò con garbo e naturalezza, lasciò cadere libere le braccia parallele ai fianchi, fece roteare la testa per sciogliere i deltoidi e via, si mosse all’indietro, di dorso, tenendo lo sguardo fisso sulla professoressa fino oltre la porta, quando virò in corridoio con una farfalla ampia e, le parve, maestosa.

Fece il tragitto verso casa con una calma che, disse tra sé, forse non aveva mai provato: assaporò quel lusso passo dopo passo, bracciata dopo bracciata; osservava le reazioni di tutti, il dorso era perfetto per lo scopo, e di nuovo le sembrò di divertirsi con quegli stessi sguardi che pure sempre, in strada, l’avevano infastidita. Ma questi erano antropologicamente diversi: erano sguardi bambini, tutti quanti, pure quelli degli anziani.

Aprì la porta e sua figlia le andò incontro senza neanche notare il suo procedere a rana, Allora com’è andata com’è andata com’è andata?, ripeté ancora e ancora andando dietro alla madre, che per un po’ la ignorò e poi rispose, Bene sei brava, anche troppo per i miei gusti; la figlia le andò dietro adesso con sguardo incerto, Mamma ma tu perché sei già a casa? Beatrice aveva preso a rassettare il salone, raccoglieva cose andando di dorso, le sistemava dove doveva tornando di crawl.

A sera, dopo cena – lei naturalmente aveva preparato tutto nuotando, e s’era guardata bene dal rispondere alle richieste di spiegazioni – il marito le si parò davanti: sorrideva come pure aveva fatto un paio d’ore prima, quando tornando l’aveva trovata ad andare a farfalla in corridoio, ma adesso che quel gioco si protraeva così senza motivi nel suo sguardo cominciavano ad essere visibili tracce di fastidio, forse anche di dubbio e di preoccupazione. Beatrice sorrise e si mosse di rana, gli infilò le mani di fianco e scivolò libera lateralmente. Andò via a buon ritmo, diretta verso il rifugio più sicuro che c’era in casa, la camera della figlia.

Marta se ne stava sdraiata con le cuffie collegate al telefono. Sorrise quando sua madre entrò nuotando. Oggi ho chiesto a un ragazzino della tua età cosa stesse ascoltando, ed era rock, ancora?, non hanno inventato niente di meglio da allora? Marta non rispose, Mamma ma perché oggi nuoti? Non lo so tesoro, non lo so, è da stamattina che nuoto. Ma stai bene mamma? Sì tesoro, bene, ma stamattina mi sono ricordata di quello che mi faceva amare il nuoto ed era arrivare alla fine dell’allenamento, quando tutta quella fatica si sarebbe trasformata in energia, e avrebbe cancellato tutte le paure inutili che avevo, e forse così ho cominciato a nuotare oggi, inseguivo quella sensazione là, e comunque mi sono divertita un sacco, ho scoperto che le lumache non sono solamente lente ma anche leggere, si arrampicano sui vasi sui muri ovunque, possono essere anche leggere le lumache, e per una volta mi sono sentita così, e mi sono divertita tanto, anche tuo padre ha ricominciato a guardarmi, e soprattutto avresti dovuto vedere la faccia del mio capo, o quella della tua professoressa.

Marta si fece serissima e portò le mani sul viso, a coprirselo per la vergogna, Dimmi di no mamma, dimmi che non l’hai fatto, non puoi averlo fatto.

Beatrice si sedette accanto alla figlia, Ho deciso che ricomincerò a nuotare ma nell’acqua, magari nella piccola piscina qui dietro.

Mamma, dimmi che non l’hai fatto!, strillò Marta.

Sono entrata nella tua classe a rana e ne sono uscita a dorso, rispose la lumaca simulando uno stile dopo l’altro.

La figlia si dimenò sul letto, si muoveva a scatti, scalciava e nella risacca del respiro quasi grugniva, Beatrice la strinse e la sentì ridere, e poi rimase a lungo a cullarla; la teneva al petto come quand’era bambina, la stessa intimità, e le parve trascorso un secolo dall’ultima volta.

Si risvegliò a notte fonda, ancora con la figlia tra le braccia, in quella posizione bambina. Raggiunse la sua camera camminando, senza nuotare, e però il ricordo della giornata attraversata a nuoto la accompagnò fino al sonno.

Al mattino, mentre chiudeva l’ultimo bottone della camicia, in piedi davanti allo specchio, il marito le disse di averla sentita ridere durante la notte, ne era stato proprio svegliato e, a luce accesa, l’aveva vista addormentata e sorridente.

Lei si voltò a fissarlo dentro lo specchio: non disse neanche una parola.

Il marito sembrò non dare troppo peso a ciò che stava accadendo: Anche adesso sorridi, ieri nuotavi e oggi sorridi, ma che hai che sorridi sempre?, le chiese quand’era già fuori dalla camera, già oltre il corridoio, già dentro la sua giornata di lavoro.

Beatrice rimase a guardarsi nello specchio: a dire la verità non era esattamente un sorriso quello che aveva sul viso, somigliava più a un ghigno, a una smorfia involontaria, all’ombra di un nuovo progetto segreto sfuggita al controllo dei lineamenti.

Commenti
Un commento a “La leggerezza della lumaca”
  1. lolli masucci ha detto:

    Un giorno di ordinaria follia? Pirandello docet (vd. “Tu ridi” et al)

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