“Terrore, amore, poi ancora terrore”, un estratto

Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto da “Terrore, amore, poi ancora terrore”, libro di Malesangue pubblicato a ottobre da Liberaria Editrice. Illustrazione di Vincenza Peschechera.

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Se l’esser vivi, pensava A, è quello che mi è parso finora, allora è chiaro che non reggerò oltre – non reggerò il carico di abrasioni e sofferenze, non reggerò l’assoluta mancanza di equilibrio tra estreme riluttanze e brevi fiammate d’inazione – comunque d’inazione –, non reggerò la mescolanza: per coerenza, cederò per coerenza e con coerenza, concluse A.

Da qualche minuto era seduto nella prima fila del Teatro Orfeo di una grande e inospitale città del nord. A breve, su quel palco, il presidente della Fondazione Holden gli avrebbe consegnato un premio per il suo ultimo romanzo. Il giorno prima aveva compiuto cinquantacinque anni. Il libro in questione, La passeggiata, era stato pubblicato all’inizio di quell’anno dall’editore Adelphi.

Un premio, pensò A con disgusto mentre un rivolo di sudore ghiacciato cominciava a risalirgli la nuca. Tre file più dietro era seduto D, il suo agente letterario. Disgregando il suo pulviscolo elementare in grani invisibili per poi riaggregarlo tra i pensieri dello scrittore, l’agente era in grado di interagire con le trame cerebrali di A fino a correggerle. Per cui non un premio, suggerì D torturandosi l’orlo della giacca con gli incisivi, ma il premio.

In effetti, da qualche anno il premio Baricco aveva ormai soppiantato lo Strega. Aveva persino avuto il suo Cesare Pavese nel poeta AS, impiccatosi qualche mese dopo una dimenticabile partecipazione fuori concorso con un testo piuttosto singolare, un romanzo psicologico che raccontava la follia di un cartapestaio di Cocumola impegnato a insegnare il castigliano al suo gatto.
Il gatto, un soriano astuto e riottoso, si rifiutava di imparare; ogni notte portava avanti un poema segreto che raccontava le avventure dello scrittore americano Kurt Vonnegut, descritto come una sorta di reincarnazione di Cristoforo Colombo che nel 1945, a Dresda, scopriva un nuovo e più vasto continente d’orrore.
Quanto allo stile del romanzo, AS ne aveva prodotto una prima stesura in versi, per lo più endecasillabi a maiore, che aveva poi attaccato uno con l’altro fino a tracciare l’architettura di una prosa del tutto simile, secondo qualche critico, a una rorida marcetta militare.

A doveva assolutamente vincere, pensava D acquattato tra i pensieri dell’amico. Lo meritava, lo meritavano entrambi.
Avrei preferito il Calasso, di gran lunga, corresse a sua volta A.
Stava meditando di alzarsi e abbandonare la sala. Prima di svignarsela avrebbe mostrato il dito medio a quei vecchi rincoglioniti di critici seduti accanto a lui per poi voltarsi e rivolgere il gesto dell’ombrello al presentatore e alla soubrette sul palco. C’era da scommetterci che quella sarebbe rimasta con la bocca ancora dischiusa a cuoricino senza dire niente. Doveva averci anche il buchetto del culo, a cuoricino, altrimenti non sarebbe arrivata dov’era adesso.

Cioè dove sono arrivato io, si rassegnò A. Stringeva i pugni sui braccioli di legno, ancora ben seduto nella sua poltroncina.

Il Calasso, proseguì ancora, con quell’atmosfera certamente più sobria, a tratti forse addirittura signorile – per quanto comunque putrefatta, stantia, immerdolita di noia e da tutto quell’agio soffocante. Quello avrei meritato, comunque, non questa pagliacciata. Sentì il cuore cedergli. Gli scappò da ridere, all’idea di morire così, a un passo dal riconoscimento. Si trattenne rilasciando un peto sordo e acquoso, da cena mal digerita, consumata in fretta.

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