I Ricchi e Poveri, la crisi e la fine dell’estate

Mi capita, spesso, di navigare tra le bacheche Facebook di gente che non conosco. Mi spinge la curiosità. A volte, invece, mi solletica il gusto speculativo dell’immersione sociale. Il piacere cresce mano a mano che mi allontano, di notte, dalla cerchia dei miei contatti, tra i quali, per esempio, non figurano i piloti di motoscafi, gli studenti di matematica, di botanica, le persone di fede musulmana o i collezionisti di vecchie schede telefoniche nei quali m’imbatto girovagando. Quasi sempre, in base ad una legge che ignoro, mi stupisco nel riscontrare che quello stesso giorno, o soltanto pochi giorni prima, sulla bacheca sbirciata si festeggi, o si sia appena festeggiato, un compleanno. “Auguri:)))”; “Sei un grande…abbraccio:)”. Perché mi ritrovo, puntualmente, in mezzo ad una pioggia, ad una schermata bianca di auguri di compleanno? Non so se ci sia un motivo, una ragione, in questo ricorrente giallo informatico, ma garantisco che mi è capitato davvero troppe volte. Anche ieri. I segni cospirano in qualche direzione, a volte indecifrabile, a volte, invece, più interpretabile.

Questa estate 2012, trovandomi temporaneamente senza lavoro, e alle prese con una serie di complicazioni riguardo la gestione della casa in cui vivo a Milano, trovandomi quindi anch’io agganciato come un’orata all’uncino fetido della crisi, decidevo, intorno agli inizi di luglio, di tornare per un periodo a casa dei mie genitori − alta Toscana − a metà strada tra Massa e Marina di Massa. Arrivato in città, ero completamente solo, dato che i miei vecchi amici del posto si sono da tempo trasferiti, in Europa o in altre città italiane. Ho cominciato a passare lunghe giornate in bicicletta − una vecchia ‘Guidi’ rossa, da donna, proveniente da uno storico negozio di Forte Dei Marmi, cigolante e con il sellino bloccato e non regolabile − a prendere appunti e scattare delle foto che sono finite su estategreca, un tumblr che ho deciso di aprire per raccontare, sinteticamente, discontinuamente e per frammenti, i segni della crisi nella mia città d’origine − i manifesti di un ‘compro oro’ nei pressi dell’ingresso di una fabbrica; il masochistico e meccanico avvitarsi di qualsiasi conversazione dentro l’argomento funereo della crisi o della mancanza di lavoro − insieme alle memorie che come foruncoli stavano riaffiorando, nel momento in cui passavo di fronte ad un campo da calcio, alla serratura di un portone, ad una targa commemorativa, che appartenevano ai luoghi della mia pubertà e dell’infanzia. Ho continuato a caricare foto e didascalie dalla metà di luglio fino alla sera del 25 agosto, il giorno prima del mio ritorno a Milano e del mio saluto all’estate.

Durante un campeggio di tre giorni in montagna, sulle Alpi Apuane, ho raccolto da terra un grillo, ed osservandolo, stando con gli scarponcini semiaffondati tra le infiltrazioni di un terreno paludoso, ho avuto l’occasione di allontanarmi, attraverso la contemplazione oggettiva, da tutto quanto stava a valle e sulle homepage dei quotidiani, a partire dal dibattito su Grillo e l’M5S. Corrisponde unicamente a questo piccolo insetto, che tengo stretto nel palmo della mano, il significato di quella parola che circola come una tossina giù a valle, mi sono detto. Durante la preparazione di un fuoco, o grazie al tepore del sacco a pelo, ho invece cancellato altro rumore: dalle gallery sexy del Corriere, che guardo ogni mattina, alla trattativa Stato Mafia e il ping pong tra Scalfari e Zagrebelsky. La notte del 25 agosto, invece, mi sono ritrovato, per puro caso, sotto il palco di un concerto dei ‘Ricchi e poveri’, in occasione della notte bianca organizzata dal Comune e dalle associazioni dei commercianti di Marina di Massa. Per me era un segno interpretabile, quel concerto, e la chiusura perfetta della mia estate greca. I ricchi e i poveri. Il concerto, gratuito, è stato finanziato non dalle casse in secca dell’ufficio cultura, ma dal portafoglio di un nuovo tycoon locale, titolare di un caffè in fase di lancio, dagli addobbi orientaleggianti − grandi statue di Buddha in ceramica − e proprietario, a Parigi, di una casa discografica (e un tempo mago e cartomante, mi hanno riferito in un bar). L’evento è costato 18mila euro e sulla stampa locale l’imprenditore viene già invocato, da alcuni, come nuovo assessore alla cultura.

Alla fine degli anni ’60, quando ancora erano in quattro, molti anni prima dell’allontanamento di Marina Occhiena dal gruppo, i Ricchi e Poveri si presentarono sul palco vestiti come ricchi, due di loro, come poveri, i restanti due. Non so da che cosa derivi la scelta di quel nome. Immagino che alla fine degli anni ’60, tuttavia, l’espressione ‘Ricchi e poveri’ attivasse nel pubblico, in modo immediato e diretto, il ricordo di un passato, un po’ crudo e bifolco, da cui grazie al boom e alle riforme ci stavamo allontanando: il ricordo di una società divisa in classi, senza sfumature. I ricchi e privilegiati da una parte, i poveri, incolti e brutti dall’altra. La sera del 25 agosto, invece, volendo tendere le orecchie, Ricchi e Poveri sembrava descrivere la situazione corrente, il quadro attuale, che riguarda un’immensa fascia sociale, il vecchio ceto medio sospinto verso la povertà e, nell’altro emisfero, un ristrettissimo gruppo di persone sempre più fortunate e facoltose: i ricchi come Marchionne, che guadagnano 400 volte lo stipendio di un metalmeccanico. Per fare un esempio.

Accanto a me, sicuramente, molti operai, e disoccupati, in ciabatte, appena riverniciati dalle abbronzature, accompagnati dalle mogli che agitavano il ventaglio, in una notte immobile e caldissima, e ripetevano a memoria le strofe di ‘La prima cosa bella’ (“Bis, bis, bis!!”) un pezzo molto affascinante, aurorale nella distanza da cui sembra sbrinarsi, spogliandosi dalla rugiada di un tempo felice e ormai remoto -si, gli anni ’60- per tornare, ancora, a luccicare nelle sinapsi e tra le memorie culturali degli italiani barbarici del nuovo millennio. Tornato a casa, quella notte, leggevo dell’abitudine diffusa tra gli abitanti dell’Uganda di tenere un ciuffo d’erba dentro il portafoglio, ‘per proteggere il denaro e attirarne dell’altro’. A fine concerto, sotto  qualche goccia di pioggia, la folla si è goduta i tradizionali fuochi d’artificio. Intanto, dai bar intorno alla piazza, arrivava il tormentone dell’estate, ‘Tacatà’, un pezzo di dance latina commerciale, scritto da due catanesi, Romano & Sapienza, dal testo scimmiesco, astratto, ottuso − para la gente que le gusta el Tacatà, ahora digo Atacabrò − così diverso dal racconto chiaro di ‘La prima cosa bella’, e semmai più conforme, ho immaginato, al lessico alieno sincopato a cui la crisi ci ha reso avvezzi: bond, spread, Monti, Draghi, Bric, Btp ecc. I Ricchi e Poveri sono poi scomparsi, dopo appena quaranta minuti di show, mentre nella notte bianca apparivano gruppi di culturisti sopra i piedistalli, scuole di danza sparpagliate tra la folla, venditori di quarzi e cristalli dalle proprietà terapeutiche. Ultime ore dell’estate greca, degli anticicloni Circe, Caronte, Lucifero, e come da vent’anni a questa parte, a settembre si comincerà a parlare di un autunno caldo, caldissimo.

Commenti
4 Commenti a “I Ricchi e Poveri, la crisi e la fine dell’estate”
  1. Alessandro Madeddu ha detto:

    Per non perdere tempo ne parlano già, di questo autunno caldo. Ma la temperatura e i risultati avranno qualche legame?

  2. davide calzolari ha detto:

    “””e come da vent’anni a questa parte, a settembre si comincerà a parlare di un autunno caldo, caldissimo”

    ma,non per far il filologo,ma non è che ad ogni settembre degli ultimi 20 anni si parlasse di un autunno caldo imminente:infatti ci furon anni,dal 95 in poi specialmente, in cui l’economia andava a gonfie vele (1995-2000 e in parte 2004-2007)

    eh insomma,ci son sempre stai momenti dove dopo solo 2 anni di crisi (1992-93 o 2001-2002)si ripartiva per un periodo florido anche abbastanza lungo

    ma dal 2008 il paradigma è cambiato

  3. pes ha detto:

    Mi piace questo pezzo. Mi ricorda proprio il film La prima cosa bella, come narrazione.

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