Fluidità di genere nella lingua italiana: intervista a Vera Gheno

Dal 24 al 27 settembre 2020 arriverà a Salsomaggiore Terme SPIEGAMELO!, il Festival della Divulgazione, che vede questa prima edizione dedicata al tema dell’acqua, elemento caratterizzante della città. L’evento, che vedrà la partecipazione di numerosi ospiti con un’età media di 42 anni, vuole intercettare percorsi inediti e idee innovative sui temi più diversi, da esplorare in quattro giornate di incontri e laboratori con importanti voci della cultura. Tra queste, la sociolinguista Vera Gheno parlerà di fluidità di genere nella lingua italiana. L’appuntamento con Gheno, dal titolo “Cavaliere o cavaliera? Fluidità di genere nella lingua italiana”, si terrà sabato 26 settembre alle ore 18:00, presso il Parco della Piscina Leoni.

di Chiara Mogetti

Dal suo lavoro complessivo, traspare come lei non tema di entrare in relazione con l’oggetto della sua indagine. Il suo modo di scrivere e di intervenire nel dibattito supera un certo approccio accademico che vorrebbe nettamente separatǝ le ricercatrici e i ricercatori dall’oggetto di studio, adducendo spesso a ragione principale una presunta oggettività che in questo modo verrebbe preservata. Cosa pensa di questo modo di fare ricerca e di agire in quanto studiosa? Quali sono gli obiettivi del suo lavoro di divulgazione? E i suoi rapporti con la comunità scientifica ne sono stati influenzati?

Non rigetto il metodo scientifico: c’è, ovviamente, bisogno anche della distanza e dell’astrazione. Tuttavia, nell’ambito della sociolinguistica, o forse ancor più precisamente dell’etnografia, esistono studi che di fatto richiedono di partecipare alla vita di una comunità (linguistica); è esattamente quello che cerco di fare. Chiaramente, per quanto molti pensino che le mie siano mere opinioni personali o impressioni, dietro all’approccio etnografico c’è tanta ricerca. L’obiettivo del mio lavoro (lo sto focalizzando in maniera sempre più precisa) è quello di tentare di portare le persone – sia quelle concordi con me, sia quelle discordi – verso il superamento di polarizzazioni che, da entrambe le parti, non fanno che danneggiare la discussione. Per questo, procedo cercando di mantenere salde sia le coordinate diacroniche (approfondendo la storia delle varie questioni linguistiche che affronto) sia quelle sincroniche (vivendo, appunto, la vita della comunità che vorrei descrivere). Per quanto riguarda l’ambito accademico, ho molte persone che stimano il mio lavoro e con le quali mi confronto spesso, e altre che invece tengono molto a distanziarsi da me e da ciò che evidentemente rappresento ai loro occhi, ancor più che dai miei studi. Tutto questo non mi stupisce, dato che, occupandomi di questioni fortemente legate alla contemporaneità, il fatto che siano controverse è naturale. Molte persone invocano la necessità di mantenere una netta differenziazione tra divulgazione social e lavoro di ricerca scientifica, quando invece nella mia visione dalla seconda può tranquillamente discendere la prima. Per me, se la divulgazione non ha basi salde di ricerca è un problema, esattamente quanto è un problema essere bravi ricercatori incapaci di divulgare.

Molto del suo lavoro di divulgazione prende in esame campioni di testo estratti dai social network e, a sua volta, si svolge sui social network. Quali sono le specificità del tipo di linguaggio usato su queste piattaforme? E che vantaggi offre questa scelta del campo d’azione?

In realtà, è molto limitante parlare di specificità della lingua dei social, perché sui social si possono trovare contenuti di ogni tipo: dalla sciocchezza superficiale al quasi-trattato scientifico, dalla poesia all’invettiva, dal testo burocratico a quello letterario, e la forma varia di conseguenza. Possiamo individuare, in contesti particolarmente informali, delle caratteristiche ricorrenti: il whateverismo linguistico, come lo definisce Naomi Baron, cioè un certo disinteresse per la forma, la brevità che a volte diventa brachilogia, la tendenza al turpiloquio, l’invenzione continua di termini transeunti, il ricorso all’inglese eccetera. Diciamo che l’idea alla base del mio interesse per le lingue social è che spesso riproducono o rilanciano questioni che si pongono anche al di fuori dei social, con i dovuti distinguo. Soprattutto, mi interessa il modo con il quale le persone si relazionano online. Perché secondo me, imparando a gestire meglio le relazioni mediate dai mezzi tecnologici, possiamo migliorare complessivamente la qualità delle nostre interazioni sociali.

Nel suo libro Femminili singolari, pubblicato con effequ, propone di esprimere il genere neutro introducendo una nuova desinenza: la schwa. Cosa rende questa opzione preferibile rispetto alle altre che si vanno sperimentando in questi anni?

In realtà io ho citato lo schwa, ossia la vocale media per eccellenza (con il corrispondente segno dell’alfabeto fonetico internazionale) un  po’ scherzosamente in risposta a chi si lamentava con me del fatto che non si sa mai come pronunciare l’asterisco: almeno lo schwa ha una sua pronuncia! A parte questo, il problema che mi ponevo non era tanto di “come esprimere il neutro”, quanto piuttosto “come esprimere la pluralità mista in maniera sintetica”. In questo senso, lo schwa mi è sembrato una soluzione interessante. Ovviamente, da linguista, vedo tutti i limiti insiti nell’idea di “cambiare la morfologia”; non a caso, la mia proposta non è mai stata altro che una sorta di esperimento linguistico, anche un po’ giocoso. E al di là di ciò che è filtrato (me nolente) nel dibattito mainstream, io non ho mai pensato di aggiungere una coniugazione all’italiano o, ancora peggio, di togliere qualcosa di quello che c’è: semplicemente, ho proposto una sorta di soluzione per lo meno momentanea al problema che mi veniva sollevato. Lo continuo a ripetere fino allo sfinimento: asterisco, chiocciola, barra, lettera u, lettera x e simili non vanno presi come tentativi di cambiare la lingua a tavolino, ma come una specie di evidenziazione del fatto che nella nostra società sono in corso sommovimenti sociali e culturali molto complessi, derivanti in parte dal fatto che settori della popolazione che prima non avevano una voce pubblica adesso ce l’hanno, e cercano una sorta di avallo anche nella lingua che usiamo. Questi tentativi sono le spie di un mutamento sociale in atto; e io li studio e do loro attenzione in quanto tali.

Nel già menzionato Femminili singolari, a un certo punto scrive che in passato non si sentiva vicina alla riflessione femminista sul linguaggio, lettura che invece ha successivamente cominciato a condividere. Cosa l’ha portata a cambiare idea?

Sicuramente le esperienze personali, lo dico con amarezza. Anche io, da giovane adulta, ero convinta che non ci fosse più bisogno di femminismo. Ma non è così. Se è pur vero che le nuove generazioni sono “gender fluid”, sembrano non porre grande attenzione al genere, è per me altrettanto vero che da grandi entreranno in un mondo in cui, invece, le discriminazioni sussistono. È diventato col tempo abbastanza chiaro per me che i maschilismi più pericolosi sono quelli sotto traccia; e di quelli, la nostra società è ancora intrisa. Ricordo anche che, per quanto mi riguarda, il femminismo non è il contrario del maschilismo; casomai, è una forma di resistenza contro il “si è sempre fatto così”, il “tu sei una donna e la società si aspetta certe cose specifiche da te”, il “premesso che io reputo le donne delle dèe, penso che dovrebbero fare le madri e non le donne in carriera” e così via. Il mio femminismo, condiviso da molte, non è vòlto alla prevaricazione della femmina sul maschio, ma al conseguimento della parità di genere. Molti ritengono che oggi un maschio e una femmina abbiano pari opportunità, io sto vedendo sempre di più che non è affatto così.

Ha parlato spesso del sessismo del linguaggio sui posti di lavoro. Molti, di fronte a riflessioni come queste, tendono a liquidare il problema affermando che «sono solo parole» e che «i problemi sono ben altri». Perché invece ritiene che sia importante mettere a tema la questione? Cosa fanno i parlanti usando un linguaggio sessista?

 Intanto, perché il benaltrismo è una subdola foglia di fico. A me sembra ovvio che ci sarà sempre un problema più grande da tirar fuori rispetto a quello che si sta affrontando, per cui il benaltrismo non è altro che un modo vagamente raffinato di dire che non si ha voglia di occuparsi di una certa istanza (lo ricorda anche il linguista Federico Faloppa nel suo importantissimo volume #Odio, recentemente pubblicato da UTET). Invece, poiché usare le parole più precise ci permette di “vedere” meglio certi aspetti della realtà, io ritengo importante che vengano usati i femminili professionali; anche perché, volgendo lo sguardo alla storia della nostra lingua (e del latino), si noterà che i cosiddetti nomina agentis al femminile sono stati usati tutte le volte che ce n’è stato bisogno, ossia quando donne erano presenti in certi ruoli professionali. Il tentativo di divulgazione che sto facendo vorrebbe andare nella direzione di “normalizzare” la questione dei femminili professionali, cercando di far capire alle persone che i problemi che ci poniamo sono assai poco linguistici (la morfologia della nostra lingua prevede i femminili, la storia mostra che sono una naturale conseguenza della realtà che ci troviamo davanti al naso), ma piuttosto culturali e sociali. Alla fine, il mio approccio è molto libero: che i parlanti usino pure le forme che ritengono corrette, ma lo facciano per le ragioni giuste, non inventandosi problemi insormontabili inesistenti, non creando sequenze di argomenti fantoccio, ma puntando ad avere più consapevolezza delle parole che stanno usando.

Molti degli argomenti addotti per preservare lo status quo entrano nel merito della grammatica, quando appare abbastanza chiaro che le ragioni profonde di determinati comportamenti linguistici vanno ricondotte a una dimensione pragmatica, relazionale. Come interpreta il rapporto fra questi due piani di lettura? 

Noi esseri umani siamo animali che vivono di tassonomie: abbiamo un gran bisogno di classificare la realtà in maniera netta, precisa, perché questo ci dà sicurezza. In quella che io definisco “ansia tassonomizzante” ci metterei anche il richiamo alle regole, come se le regole linguistiche fossero immutabili, scolpite nella roccia. Eppure, credo che uno sguardo alla nostra comunicazione quotidiana ci mostri con chiarezza come uno dei ruoli della lingua sia quello di descrivere la realtà nella maniera più precisa e più icastica possibile: questo significa, però, che la lingua deve essere in grado di adattarsi di continuo a una realtà che muta velocemente. Per cui il richiamo quasi “grammarnazi” alla norma è un approccio un po’ superficiale. Anche perché ciò che cerca di fare chi si occupa di questioni di genere è quasi sempre assolutamente rispettoso della norma; per esempio, l’uso dei femminili professionali è esattamente l’applicazione delle regole previste dalla norma dell’italiano, non la loro corruzione, se così vogliamo chiamarla. Certo, sappiamo tutti che l’applicazione pedissequa di qualsiasi regola richiede molto meno sforzo che non la sua interpretazione… e questo si vede bene negli innecessari irrigidimenti di chi protesta in maniera rumorosa, scomposta e spesso poco informata contro questa istanza.

Le resistenze al cambiamento linguistico sono fortissime e così anche le resistenze alla stessa adozione di un approccio critico. Ha elaborato delle strategie di comunicazione per abbatterle? Avrebbe dei consigli da dare alle persone che si trovano a confrontarsi con questi problemi sul posto di lavoro e nella vita di tutti i giorni?

Per quanto mi riguarda, tento di spiegare e ri-spiegare, senza perdere la pazienza e senza dare troppe cose per scontate. Tento di portare le persone a ragionare soprattutto sul malessere o sul fastidio che provano nel discutere di queste istanze, che in un certo senso racconta molto di più delle istanze stesse. Non sono mai impositiva: non dico che usare il maschile sovraesteso sia sbagliato, ma che usare il femminile dove serve sarebbe più corretto. Il consiglio che mi sento di dare è questo: intanto, usa queste definizioni al femminile per te stessa, chiedendo con gentilezza agli altri di usarle quando si rivolgono a te. Credo molto nel buon senso e nelle rivoluzioni gentili, se così vogliamo chiamarle. Per questo, io sono dottoressa, professoressa, scrittrice, ricercatrice, sociolinguista, certo, ma anche gestrice (felice) della parte linguistica del profilo Twitter di Zanichelli. E se qualcuno alza un sopracciglio su gestrice, spiego il motivo della mia scelta (vocabolario alla mano). Il modo migliore di opporsi ai pregiudizi, a mio avviso, è quello di spiegare che si tratta, appunto, di pregiudizi. Spesso basta aprire un dizionario degli ultimi dieci anni per scoprire che le cose non stanno esattamente come si credeva. Un esempio? “Ministra non esiste”, mi dicono alcuni. Basta andare sullo Zingarelli o sul Treccani per verificare che ministra non solo esiste, ma esisteva già in latino. Insomma, l’invito ecumenico che mi sento di fare a tutti è: approfondite.

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