di Federica Delogu
“Quel 1992 che doveva cambiare l’Italia e ha lasciato ogni cosa immutata”.
Sono passati trent’anni dalle stragi di mafia che hanno ucciso i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e hanno sconvolto l’Italia. Giovanni Tizian, cronista d’inchiesta ed esperto di mafie, ripercorre nel libro Il Silenzio. Italia 1992-2022, edito da Laterza, questi trent’anni di storia italiana. Lo fa attraverso gli occhi della sua famiglia, che guarda la Sicilia del maxi processo dalla tv di un piccolo paese calabrese e la guarda con speranza, perché là si intravede quel cambiamento che la Calabria vedeva per sé allora lontanissimo.
Poi su quella stessa tv arrivano le immagini della bomba del 23 maggio 1992, “l’inizio della fine” scrive Tizian, perché “capimmo che se neanche il celebre pool antimafia di Palermo poteva niente contro la mafia, come avremmo potuto noi soli e abbandonati dalle istituzioni, in una Calabria ridotta in schiavitù, combattere contro le feroci cosche della ’ndrangheta che avevano ucciso mio padre e incendiato il mobilificio di famiglia?”
Cinquecento chili di tritolo sulla strada che dall’aeroporto di Punta Raisi va verso Palermo uccidono il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie la giudice Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
Giovanni Tizian quel giorno aveva dieci anni e quando vede le immagini della strage in televisione grida alla nonna Amelia che hanno ucciso un giudice ed è iniziata la guerra. Poi, 57 giorni dopo, la scena si ripete. Il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina vengono uccisi in via D’Amelio a Palermo.
Pochi anni prima, il 23 ottobre del 1989, il padre di Giovanni, Giuseppe Tizian, era stato ucciso mentre tornava a casa in macchina da Locri, dove lavorava in banca. Un omicidio rimasto sempre senza colpevoli, archiviato negli anni per due volte, che ha lasciato la sua famiglia a fare i conti con un dolore senza giustizia.
Mentre la guerra di mafia entrava nelle case con le immagini dei telegiornali, Giovanni, la nonna Amelia, il nonno e la madre avevano conosciuto la guerra di ‘ndrangheta, l’esercito per le strade, l’ingiustizia. Pochi mesi prima dell’assassinio di Giuseppe Tizian il mobilificio di famiglia era stato completamente distrutto da un incendio, anche questo rimasto senza responsabili.
“Io appartengo a una generazione che ha vissuto sulla propria pelle la violenza mafiosa – spiega Tizian -. Quello che successe in Sicilia noi in Calabria lo abbiamo vissuto come una sconfitta, perché negli anni del maxiprocesso guardavamo alla Sicilia come un esempio, speravamo che quella storia ci trascinasse fuori dall’incubo. Invece poi sono arrivate le stragi”.
In quegli anni la sua famiglia decide di lasciare la Calabria per trasferirsi a Modena, lontano dalla violenza e in una città in cui nessuno conosceva la loro storia.
Quella di Modena era una dimensione ovattata, scrive Tizian, ma poi anche là nella sua vita entra di nuovo la violenza della mafia. Nel 2006 aveva iniziato a lavorare per la Gazzetta di Modena. Scriveva delle mafie del nord, quelle che in tanti chiamavano e continuano a chiamare corruzione, e vent’anni dopo l’omicidio di suo padre Peppe, a Giovanni Tizian viene assegnata una scorta per le minacce ricevute da un colletto bianco in carcere per mafia che dirà che a quel giornalista bisognava “sparargli in bocca”.
“Doveva cambiare tutto e non è cambiato niente”, dice la nonna Amelia quando viene a sapere della scorta. “Avevo 28 anni e vivere sotto scorta mi ha sconvolto – racconta Tizian – Mi occupavo da tempo di mafie al nord ma per quanto si possa essere consapevoli dei rischi alla fine non ci si pensa mai davvero. È stato un cambio di vita radicale, un periodo cupo, di sofferenza, e anche di paura, per me e per le persone che mi erano vicine. Ho sempre diffidato di chi dice che non bisogna aver paura. La considero invece un aiuto e un allarme che mi permette di stare attento. In quegli anni non potevo fare molte cose e i miei spostamenti erano limitati, che per un cronista equivale a rinunciare alla sua arma più importante, toccare le situazioni con mano. Quando mi hanno detto che mi avrebbero ridotto la scorta, nonostante la paura, l’ho vissuto come una sorta di liberazione”.
Con Il Silenzio Tizian ripercorre con durezza tutti questi anni, la mafia che sparisce dal discorso pubblico, identificata ormai solo con le sue manifestazioni più violente, mentre nel frattempo sono pubblicamente taciute le commistioni politiche, quelle interne ai partiti, alle istituzioni, agli affari sui grandi appalti. Una responsabilità che Tizian attribuisce a chi “pratica l’antimafia due volte l’anno, il 23 maggio e il 19 luglio”.
“Nel discorso pubblico si tende a identificare la mafia con Totò Riina e il periodo stragista, – spiega ancora – ma quella era una mafia anomala. La mafia non è antistato, è dentro lo Stato e dialoga con le istituzioni. In trent’anni in questo paese abbiamo avuto la possibilità di cambiare tutto e invece non siamo stati in grado di cambiare niente. Non si è voluto mai davvero modificare l’atteggiamento mafioso, che è un atteggiamento di arroganza, prepotenza, scorciatoie. Nella quotidianità chi rispetta le regole ha uno svantaggio competitivo. E poi la mafia è diventata un discorso da passerella politica, evocata nelle commemorazioni per essere dimenticata il giorno dopo. Per chi come me e la mia famiglia ne ha subìto la violenza assistere a tutto questo è una grande sofferenza”.
Il linguaggio di Tizian è asciutto e doloroso, non eccede in descrizioni, racconta i fatti in maniera precisa ma non nasconde il dolore dell’ingiustizia, di un’occasione di cambiamento mancata e di parole svuotate che si ripetono ormai uguali di anno in anno e di commemorazione in commemorazione. L’immutabilità, quella che sua nonna citava per descrivere quegli anni, torna sempre nel suo racconto.
“C’è stato prima di tutto un fallimento della giustizia – prosegue – che ha perso di vista il suo ruolo di istituzione vicina ai cittadini, anche quelli che non contano niente. La giustizia che si è dimenticata dei suoi cittadini e li ha suddivisi in categorie ha prodotto una sfiducia verso la totalità delle istituzioni. Per anni abbiamo ascoltato il racconto sull’omertà dei cittadini, ma non possiamo non considerare che il rapporto di fiducia si era rotto. Mentre decine di omicidi di persone per bene venivano archiviati in Calabria lo Stato investiva risorse solo per i sequestri di persona che coinvolgevano gli imprenditori del Nord, trattando con i boss”.
Ma nonostante la rabbia, il dolore, la frustrazione per ciò che non è mai cambiato Giovanni Tizian sottolinea che l’approccio unicamente repressivo del carcere duro è inutile. Lo considera solo un altro feticcio: “misure estreme in violazione dei diritti civili per risultati meno che mediocri e complicità diffuse che neppure il carcere duro può arginare”.
“E allora che fare?” si chiede Tizian. E trova la risposta al di là della retorica politica e delle sentenze dei processi, nel mettere in discussione la cultura mafiosa diffusa e pervasiva, scardinare l’idea della mafia come un mero insieme di bande criminali, vederne e raccontarne gli appoggi e i legami, smantellare la presenza nell’atteggiamento quotidiano, parlare di mafie nelle scuole, confrontandosi con ragazzi e ragazze, fare del giornalismo uno strumento di contrasto.
“I giornalisti – prosegue – hanno il compito di offrire gli strumenti per leggere la realtà. Siamo noi che decidiamo a quali aspetti di questo fenomeno dare priorità. La mafia ha tante facce e noi possiamo scegliere cosa e come raccontarla”.
Lui ne Il Silenzio sceglie di farlo attraverso la sua storia, come, ricorda, faceva sua nonna Amelia quando raccontava a tutti di lui bambino che vedeva in televisione le immagini delle stragi.
“Lo raccontava – scrive Tizian – per connettere la nostra storia a quella nazionale rappresentata dagli attentati a Falcone e Borsellino. Perché la verità e la giustizia non sono un fatto privato, non sono dovute solo a una famiglia ma a tutta la nazione. Ogni qual volta un cittadino resta orfano di giustizia è una ferita per tutto l’organismo democratico”.
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