La vittoria di Liborio: una conversazione tra Fabio Stassi e Remo Rapino

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Alla luce della vittoria al premio Campiello del romanzo Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, riproponiamo il dialogo tra Fabio Stassi e Remo Rapino intorno al libro, in una versione aggiornata con nuovi interventi.

di Fabio Stassi

Remo Rapino, la storia di Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, anche alla luce di quest’anno così difficile, è davvero un bel messaggio di speranza per tutti. Per chi scrive, per l’editoria indipendente, per chi ha dovuto attraversare delle prove complesse… Il libro è uscito quasi un anno fa, alla prima presentazione a Genova c’erano soltanto sette persone, i primi dati erano piuttosto sconsolanti, ma piano piano è cominciato il passaparola dei lettori, è arrivato Fabrizio Gifuni, che ne ha letto le prime pagine in un video, e di seguito l’entrata nei dodici dello Strega, poi nella cinquina del Campiello, fino alla trionfale serata del 5 settembre. Come ha vissuto quest’avventura, che ha anche il sapore dell’editoria di una volta?

Come un viaggio inatteso, di volta in volta sorprendente, in certi frangenti mi sentivo come un bambino d fronte alle luminarie di una festa. “Itaca ti ha dato il bel viaggio… che cos’altro ti aspetti’” scrive Kavafis. Ecco il senso dell’avventura: i paesaggi umani, le parole, gli occhi stupiti. Ma non sono mai stato solo, c’erano con me tutti gli amici grandiosi della minimum fax, un modo di “fare” libri con naturalezza e umanità vera, la nuova bambina di Daniela, la voce roca di Gifuni. Altro ancora. Una grande gioia condivisa. E Liborio naturalmente.

Ma facciamo un passo indietro. Lei a questo libro aveva continuato a lavorarci in condizioni particolari. In un reparto di terapia intensiva. Può raccontarci questa esperienza?

Il 2017, per me, è stato l’anno amaro del kliché. Tra le popolazioni che vivono intorno al lago d’Aral, sul confine tra Uzbekistan e Kazakhstan, la parola kliché indica il filo sottile, quasi invisibile, della memoria, una fibra immaginaria che disegna l’articolato e sfuggente perimetro di tutti i nostri ricordi, quali che siano. Dal 3 di febbraio a 23 di dicembre, ricoverato nel reparto di Ematologia-Oncologia del Seragnoli di Bologna per una leucemia mieloide acuta e per trapianto allogenico, ho ricordato molto e molte cose. La stanza era la numero 30, sui vetri una scritta crudele, senza appello: La finestra non si apre. Oltre i vetri un cielo d’azzurro pallido che non aveva niente da dirmi, ci guardavamo, e neanch’io avevo niente da dirgli. Così si snodava la scenografia del giorno, ogni giorno fino alla prima calata di scuro. Si arrendeva lo sguardo per non guardare: e infine gli infiniti silenzi, i silenzi per non dirlo il dolore. Feci una scoperta, allora: l’importanza del soffitto in una stanza chiusa al mondo. Sul mio vi era un mosaico di piastrelle che raffigurava una coppia di delfini su sfondo azzurro, un mare di ceramica. Lo guardavo di continuo, specie di notte. Ma non ero completamente solo.

Come un tarlo mi veniva in mente Liborio, che prese le sembianze di un amico come accade ai bambini che ne inventano uno, a cui danno un nome, per rompere il cerchio della solitudine e aprirlo alla fantasia. La storia di Bonfiglio Liborio era già abbastanza strutturata, ma, intanto, costruivo con la mente altre situazioni, personaggi, eventi storici, da raccontare con un gergo parlato, ricco di dialettismi, che meglio configuravano il personaggio Liborio, che scrive il suo diario così come parla. Liborio raccontando se stesso racconta la storia di un secolo dal punto di vista di una cocciamatte.

Così, in qualche modo, aprivo la finestra alla vita di fuori. Un esercizio molto terapeutico: prendevo appunti, rileggevo, vivendo pure i miei giorni tra vita, morte e miracoli. Nel frattempo ho prodotto una piccola raccolta di poesie (Delle cose ultime), poi le leggevo ad alta voce mentre nella stanza avvertivo lo struscìo dei passi di Liborio. Oggi ripenso quei momenti in relazione al momento che abbiamo vissuto, ognuno chiuso tra le pareti di casa, che sembrano allargarsi come nella cena sognata da Liborio alla fine del libro.

Cosa si prova, o si pensa, in una specie di camera iperbarica?

Mi viene in mente, improvviso, quel bellissimo Congedo del viaggiatore cerimonioso di Giorgio Caproni: “Amici, credo che sia/meglio per me cominciare /a tirar giù la valigia. /Anche se non so bene l’ora… /Scendo. Buon proseguimento.” In effetti si ha molto tempo per pensare, e questo è bene e male insieme. Si sente la mancanza, l’assenza di luce. Al professore che mi spiegava la complessità della mia diagnosi ricordo di aver detto solo che avrei voluto veder crescere il mio nipotino di pochi anni, che veniva a salutarmi dal giardino, mentre io dietro i vetri non riuscivo a non piangere, ma senza vergognarmene. Niente di più. Si pensa alla bellezza delle cose semplici, alla vanità dei falsi ornamenti del vivere, si apprezzano finalmente valori dimenticati, sottovalutati, si cerca di recuperare quell’innocenza che ciascuno racchiude dentro di sé. In una parola si ragiona un po’ come Liborio. E così è stato, anche di questo sono felice.

Com’è cambiato il suo rapporto con la paura?

La paura ha tante forme. Ognuno si porta dentro le sue. Vale anche per me. Ho sempre paura delle cose che non capisco: la morte ad esempio. Penso, però, che in fondo anche la paura è un sentimento umano, naturale. Ci vuole lo stesso coraggio ad averne e non averne. Dall’esperienza ospedaliera ho imparato una lezione essenziale: si tratta di rompere il perimetro dell’io ed estenderlo al noi, alla compassione, in senso etimologico, intorno alle cose del mondo. Non riuscire a coniugare l’io e l’altro: di qui nasce ogni paura.

La consapevolezza di essere impotenti di fronte ad eventi inevitabili da un lato, dall’altro quella dell’importanza terapeutica delle parole. La paura del non esser-ci è un buon viatico per andare oltre la paura, le paure. La paura è inevitabile, ma con qualcuno a fianco s’affronta meglio il movimento del niente verso il nessun luogo… “Mò che se n’è andata intanto io faccio un bel sospiro di calmamento, chiudo gli occhi per ricordare le cose che mi devo ricordare e mi rimetto a scrivere ma piano, che se vado piano cosi, la vita mi dura un poco di più e questo pure buono è.” Ancora Liborio, e non a caso. E, in ogni caso, con la paura non si può barare.

È anche per questo che si è affezionato così tanto al suo personaggio, Bonfiglio Liborio?

Anche per questo. Occorre avvertire la sensazione di un vuoto ma anche la volontà di colmarlo. La proiezione fuori di sé attraverso un immaginario letterario, come Liborio è, aiuta, e non poco, a cambiare il criterio di osservazione dell’esistente, a riscoprire la lentezza, la bellezza delle cose incompiute e, quindi, da compiere come se il tempo non avesse mai fine. E poi, come dice la canzone, sarà quel che sarà. Alla Liborio: Ma scine, vediamo che cazzo succede.

La letteratura racconta sempre storie di sopravvivenza: mostra le difficoltà della vita, le sue disavventure, i momenti di crisi. Ma solo per l’atto stesso di raccontare celebra il loro superamento. Al di là di ogni contenuto pessimista, non crede che raccontare una storia sia sempre un gesto di grande speranza per il futuro, e semmai di protesta per il presente e per le tante ingiustizie della società in cui viviamo?

La letteratura aiuta a vivere e a sopravvivere, è un’avventura, non solo nostra, tra viaggi e naufragi, un chinarsi per aiutare l’altro ad alzarsi. A dirla tutta occorre il coraggio di ammettere le nostre fragilità, sapere che la scrittura, ogni genere di scrittura, ci restituisce sempre quanto la vita ci toglie. Così la poesia è una ruota di scorta nel viaggio del vivere, un ponte tra noi e gli altri. Certo, speranza, rabbia e protesta (facit indignatio versum, Giovenale), a volte risposta violenta contro la violenza del mondo e della storia, un modo di dar voce a quelli senza voce. Tutte queste cose, ed altre ancora, portano ad una sola conclusione ovvero che scrivere è sempre un atto politico, nel senso largo e nobile del termine, come riferimento alla Polis degli uomini. In questa farsi domande, pure le più strambe, alla Liborio o, perché no, alla Holden (Dove vanno le anatre quando il lago gela?).

Domande di chi vede nel mondo quello che altri non vedono, di chi cerca l’invisibile. Dalle eventuali risposte può nascere la giusta parola che dice, racconta e celebra le nostre nozze col mondo. Riprendendo una provocazione di Fortini, la parola scritta è politica anche se parla di una rosa, se la si usa non per consegnarla ad una ragazza (certo, anche questo) ma per essere deposta sulla tomba di un guerriero caduto: “La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi” (Franco Fortini, Traducendo Brecht).

La lingua di Liborio non è una lingua omologata e ci riporta al racconto orale. Com’erano le lingue che ha ascoltato da bambino? Qual è la differenza con quelle che parliamo oggi?

La lingua di Liborio può definirsi un “italiano parlato male”, con innesti di gergalismi, dialettismi, parole anche fantasiose e non rispondenti, in modo specifico, ad un dialetto geograficamente connotabile. Certo, dentro vi sono memorie di parole, assorbite in paesi diversi, seguendo le orme di mio padre  maestro elementare nei suoi vari spostamenti, in particolare nel paese materno. Prevale, comunque e fortemente, il parlato frentano, anche per l’uso di termini specifici, tipici dell’area urbana in cui vivo da sempre. Oggi, di sicuro, si parla una lingua più massificata e inquinata da codici espressivi desunti dai mezzi di comunicazione, dai social, dalla irrilevanza della vita di strada, di quartiere. Direi una lingua povera di sentimenti, di passione, quasi senz’anima

Mi sembra che i lettori abbiano premiato soprattutto la centralità del personaggio all’interno del romanzo. È sempre il personaggio al cuore di tutto, anche della nostra memoria di lettori. è lui che ricordiamo o detestiamo. Ed è ai personaggi, forse più che alle storie, che bisogna tornare.

Bisogna tornare alle voci. IL personaggio Liborio è un Io che, lentamente ma irrimediabilmente, si tramuta in un noi, coinvolgendo e contaminando la sua storia con altre storie, si fa spirito di un tempo, di molte, articolate stagioni. Personaggio simbolo, ma non isola. Centro di una scenografia dove respirano i personaggi della storia, dove cantano le loro voci, che parlano di sogni mancati, di rimpianti, di viaggi e naufragi, di giorni andati, forse mal spesi, comunque vissuti. Racconta di battaglie perse, ma pure combattute con la giusta passione, fino in fondo. Se così, nessuno sarà veramente sconfitto.

Liborio si muove dentro questo paesaggio: con il suo linguaggio, i suoi gesti, con la sua fragilità esistenziale. Egli è, a suo modo, un eroe della marginalità, senza lapide (forse per questo ne inventa tante per sé), è uno spazio bianco sui libri di storia. Eppure anche le figure dei vinti come Liborio fanno Storia. Di qui nascono, a volte, le rivoluzioni, da chi vede nel mondo quello che gli altri non vedono, da chi cerca nel mondo l’invisibile e si fa domande che gli altri non si fanno, da chi riesce a coniugare logica e fantasia. E gridano anche nel silenzio. Per questo i romanzi non si fanno con i documenti, i romanzi si fanno con le voci. A saperle ascoltare.

Se una cosa ci suggerisce, questa sua vittoria al Campiello, è proprio che non è mai tardi per nulla. Lei è addirittura più grande di otto anni rispetto a Gesualdo Bufalino, che vinse lo stesso premio alle soglie dei sessanta. So che anche lei ha un’idea artigianale della scrittura e crede che un libro debba essere accessibile a tutti. Ora ha più voglia di rimettere le mani su quello che, immagino, conserverà nei cassetti e che ha collezionato nella sua vita – lei è anche un poeta – o invece ha voglia di scrivere qualcosa di integralmente nuovo?

Da subito diciamo che l’accostamento, di qualsiasi natura, con Gesualdo Bufalino mi imbarazza non poco. Coincidenze giocate da casualità temporali. Concordo, però,con l’idea artigianale dello scrivere, intesa come distanza da modelli pre-costituiti, in ogni caso racconto dell’uomo nel senso più largo e nobile. In certi frangenti, come quello che sto vivendo, i “cassetti” chiamano o s’insinuano in silenzio tra le pieghe più segrete dei sogni. In fondo la scrittura, per molti aspetti, rappresenta una forma del sogno, in quanto categoria mentale ed esistenziale.

Da un lato sono attratto dal desiderio di rimettere mano ad un romanzo di qualche anno fa e a cui tengo molto, perché ha molte coincidenze di modalità e sostanza con l’ultimo libro. Potrebbe intendersi come una sorta di “Liborio brasiliano”, tra realtà e immaginario. Dall’altro mi chiama l’avventura di un viaggio nuovo, storie incrociate che costituiscono l’architettura di un’unica storia. A ben pensarci il paesaggio umano è pieno di tante “Macondo”. In un sussurro di voce direbbe il buon Liborio “… chiudo gli occhi per ricordare le cose che mi devo ricordare e mi rimetto a scrivere ma piano, che se vado piano cosi, la vita mi dura un poco di più e questo pure buono è.” Intanto sono preso dalla ridefinizione di alcune raccolte poetiche, già pronte e che non vorrei far morire in silenzio. Del resto, come si dice, il primo amore non si scorda mai, Ma, ora, non mi sento di dire altro e di più.

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