Il Cielo è dei violenti: nella fortezza di Flannery O’Connor

1foc

di Simone Bachechi

All’interno dell’epistolario dal titolo The Habit of Being pubblicato da minimum fax nel 2012 con il titolo Sola a presidiare la fortezza troviamo una lettera scritta da Flannery O’Connor alla misteriosa corrispondente, semplicemente connotata con A., nella quale la scrittrice racconta di una conversazione avvenuta a casa di amici. A un certo punto della serata la discussione si sposta sull’Eucarestia: uno dei presenti interviene considerandola un‘immagine simbolica. La O’Connor, cattolica ortodossa che usa la sua professione di fede per interrogare la natura umana, interviene dicendo: “Beh, se è un simbolo, che vada all’inferno allora”.

Questo dice molto, ma non tutto naturalmente, della scrittrice nata a Savannah, Georgia nel 1925 e delle sue fatalmente e relativamente poche opere lasciateci, essendo morta a soli trentanove anni dopo una vita afflitta dalla malattia, l’allora incurabile lupus eritematoso ereditato dal padre, scomparso per la stessa causa quando lei aveva solo sei anni, alla stessa età nella quale la futura scrittrice godrà della prima inaspettata notorietà riuscendo ad attirare su di sé l’attenzione di una rivista che filmerà la sua bizzarra impresa: essere riuscita a insegnare a un pollo a camminare all’indietro.

La reazione insofferente all’asserzione dello “sprovveduto” interlocutore sul dogma e sacramento della religione cattolica denota la ribellione di un’anima inquieta destinata alla marginalità: proveniente dal sud rurale degli Stati Uniti quando tutto fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso sembrava accadere nelle grandi metropoli, credente in un mondo di atei, cattolica in una regione di protestanti infervorati. Uno spirito indomito che non si accontenta di facili rassicurazioni e di verità a portata di mano, che testimonia il bisogno di una scrittrice e di una donna di affrontare senza mediazioni e infingimenti la realtà insieme ai suoi lati più o meno oscuri, che parla dell’animo eccentrico di una delle più importanti voci della letteratura americana del Novecento.

Nella stizzita reazione alle argomentazioni sull’Eucarestia della O’Connor c’è lo stesso corpo a corpo da lei instaurato con il suo Dio durante tutta la vita, le stesse interrogazioni sul perché del male, sulla sua solitudine, sulla sua malattia, cose che fatalmente tracimano nei suoi scritti i quali, siano essi i racconti o i due unici romanzi, sono il luogo della rappresentazione della lotta tra il Bene e il Male, prescindendo da qualsiasi loro connotazione su base sociale e persino religiosa, e ritenendo possibile il loro disvelamento unicamente con il medium dell’arte, con quanto di manifesto e latente questa sia in grado di mostrare, con quanto del  mistero che dovrebbe (all’arte) appartenere essa riesca a trattenere.

Scriverà la O’Connor in uno dei suoi saggi: “Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero. Naturalmente, può essere che lo riveli a se stesso, oltre che al suo pubblico. E può anche essere che non riesca a rivelarlo nemmeno a se stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza”.

Misteriose sono le stesse strade ove e tramite le quali il divino si manifesta e spesso o sempre tali eventi hanno  la forza e la violenza di una rivelazione. Nel film The Tree of life di Terrence Malick, anche questa un’opera permeata di forte religiosità, mistero e profonde riflessioni di tipo metafisico, a un certo punto una delle voci fuori campo dice: “Un giorno cadremo e verseremo lacrime e capiremo tutto, ogni cosa”, frase ripresa anche nel trailer del film a volerne sottolineare la potenza al suo interno e più in generale nella poetica del cineasta di Waco, Texas, quello stesso sud degli Stati Uniti dal quale proviene la O’Connor. Anche se dovremmo guardarci bene dal rimarcare la sua provenienza, essendo limitante incasellare la sua arte sotto qualche etichetta del tipo Southern Gothic.

Il mistero (dell’arte) e il senso della rivelazione è quello che accade anche in alcuni dei suoi più bei racconti, da Punto Omega a Gli storpi entreranno per primi, fino al lirico finale di uno degli ultimi da lei scritti, quello dal titolo (appunto) Rivelazione, terminato pochi mesi  prima della morte nell’agosto del 1964. Un simile poderoso e lirico epilogo, che naturalmente non sveleremo a beneficio di chi non lo ha ancora letto (fortunati costoro) è in qualche modo lo stesso de Il Cielo è dei violenti, riproposto da minimum fax lo scorso agosto nella nuova ed egregia traduzione di Gaja Cenciarelli e con la bella prefazione di Marco Missiroli.

Le pagine finali del secondo e ultimo romanzo della O’Connor (il primo La saggezza del sangue è di prossima pubblicazione in una nuova edizione sempre per minimum fax, mentre il terzo è fatalmente incompiuto) non sono nient’altro che l’apoteosi di un incanto di precisione sillabica e potenza di fuoco che si dispiega lungo le 231 pagine. Il titolo è una citazione dal Vangelo di Matteo. Come puntualmente nota Marco Missiroli un inno alla collera contro Dio e in nome di Dio, una faccenda che si protrae da secoli. Non c’è pacificazione, non può esserci, perché come ancora ci ricorda il Vangelo di Matteo: “ Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”.

Il primo capitolo del romanzo uscito nel 1960 è un racconto pubblicato per la prima volta nel 1955 dal titolo Non si può essere più poveri che da morti. Francis Marion Tarwater è un orfano, nato durante un incidente stradale nel quale ha perso la vita la madre e a seguito del quale il padre si suiciderà. Viene allevato in una dimora di campagna immersa in campi di mais dal tirannico e fanatico religioso prozio Mason che più che un cristiano si ritiene un “profeta” e il quale intende educare il nipote secondo gli stessi dettami al fine che sia in grado di seppellirlo cristianamente, in modo che il suo corpo possa affrontare integro il Giorno del Giudizio e la Resurrezione della Carne.

Quando Mason muore, Francis rifiuta la sua missione e soffre i tormenti del dubbio, perché fra libertà e devozione non c’è via di scampo e la lotta intestina e crudele avviene prima di tutto dentro di noi, concretizzandosi nello specifico nella voce dell’amico sconosciuto di Francis, la sua voce interiore che lo segue, lo affianca e persino lo irride: “Un profeta con l’alambicco” facendo riferimento al precoce vizio del bere del ragazzo, oppure “Quanto al giorno del giudizio, disse lo sconosciuto, ogni giorno è il Giorno del Giudizio”, voce interiore che lo guida nel tormentato processo di disancoraggio dai dettami del vecchio prozio, portandolo ad affidarsi (apparentemente) al razionalismo umanistico dello zio Ryber, un ateo e progressista con l’unica incrollabile fede nell’infallibilità dell’intelletto, portandolo verso quella “città oscura dove i figli di Dio giacevano addormentati”.

Quella dello zio del ragazzo è una specie di missione al contrario, al fine liberarlo dalla schiavitù della cieca fede inculcatagli dal vecchio prozio. Accade così che Francis viva in modo dilaniante dentro se stesso questo conflitto tra l’attrazione per il sacro e la miscredenza, e accade che Francis in una sorta di on the road sulle deserte e sconfinate strade di America sia il protagonista della fuga, ben due, la prima dalla casa del prozio morto e poi il ritorno a quella stessa casa alla quale aveva dato fuoco, quando avrà la rivelazione, nel lirico e potente finale, accadono altri eventi, enormi e terribili che sembrano avvalorare il credo della O’Connor che sia “il diavolo a gettare le basi affinché la grazia sia efficace”. Accade che sembra manifestarsi davvero come una rivelazione quella “terribile velocità della misericordia” sulla quale Francis è ammonito.

Flannery O’Connor ricorre alla distorsione per arrivare alla realtà, una delle poche voci della letteratura del Novecento che possa veramente essere avvicinata a Kafka, riuscendo sia nei racconti che nei due romanzi a dare atto a un sistema simbolico nel quale l’universo visibile è un riflesso di quello invisibile.

Nel Tractactus logico-philosoficus, uno dei testi filosofici più importanti del Novecento, Ludwig Wittgenstein scrive la famosa frase che diventerà quasi lo slogan della sua speculazione: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. La O’Connor non tace, affronta il mistero, il mistero della scrittura, mette continuamente in discussione il razionale, la sua semplicità, la stessa divinità  e le stesse verità che magari si manifestano come un colpo a sorpresa, con una violenza inaspettata, come accade in gran parte dei suoi racconti, lo fa nel modo a lei congeniale, con la voce di una grande scrittrice le cui opere costituiscono uno strumento di salvezza da tramandare ai posteri, una che già da studentessa, come ci ricorda Missiroli a chi le chiedeva cosa provasse nel momento della scrittura rispondeva: “Come dovessi dare le ali agli uomini”, mettendo in fila distillate parole e potenti e “profetiche” azioni strutturate in modo implacabile che sono esse stesse la più potente rivelazione, quella artistica, che nel caso di Flannery O’Connor oscilla tra grazia e dannazione, spostando continuamente un po’ più in là il limite del dicibile.

Commenti
2 Commenti a “Il Cielo è dei violenti: nella fortezza di Flannery O’Connor”
  1. Mau ha detto:

    Nella vecchia rubrica dei piacentini sarebbe stata nella colonna ‘‘ da non leggere‘‘.

  2. Elena Grammann ha detto:

    @ Mau
    Forse no. L’articolo insiste troppo sulla religiosità di O’Connor (che nei racconti è molto molto implicita) e non spiega affatto come funziona la sua scrittura. Prova a leggere qui:
    https://dallamiatazzadite.com/?s=flannery+o%27connor

Aggiungi un commento