I misteri secondo Vince Corso: “Uccido chi voglio” di Fabio Stassi

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di Marco Renzi

Il giallo, da noi come altrove, è da decenni uno dei generi più popolari: non per questo, se da un lato ne escono a centinaia fatti quasi con lo stampino, dall’altro c’è chi continua a plasmare a suo piacimento il sistema solo all’apparenza chiuso del racconto poliziesco, andando oltre la molteplicità di trame a cui si presterebbe.

Inoltre, già Chesterton, per nominare uno degli esponenti più illustri, ci suggeriva che il protagonista non deve per forza essere un investigatore privato o un membro delle forze dell’ordine; anzi, quando il gioco si fa più intrigante, diventa più facile incontrare un Philip Marlowe privo di licenza come Vince Corso, più somigliante a quello che ne busca da John Wayne in Triste, solitario y final di Soriano che non a quello di Chandler.

Ma cosa fa di preciso Vince Corso? Un lavoro bizzarro: cura le persone con i libri; prova a guarirne i turbamenti con i romanzi e con la poesia, ma anche coi saggi e le biografie. Sarebbe lo psicologo ideale di ogni innamorato della letteratura e della parola scritta, un indagatore dell’animo umano che in maniera quasi socratica aiuta il prossimo a partorire qualcosa che si avvicini alla verità. Nel contempo, come un personaggio uscito da un hard-boiled, si ritrova spesso invischiato in situazioni più grosse di lui, misteri dei quali comprende poco o nulla. Chi legge dovrà quindi accompagnarlo per le strade di Roma alla ricerca del bandolo della matassa.

Uccido chi voglio, ultimo libro di Fabio Stassi e terza (dis)avventura di Vince Corso dopo La lettrice scomparsa (2016) e Ogni coincidenza ha un’anima (2018), inizia con un episodio datato 1959: l’accecamento di un bambino fino a poco prima intento a leggere Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. Dopodiché, siamo nella Capitale contemporanea, per l’esattezza alla fine di giugno del 2016: la porta dell’appartamento-soffitta di Vince in via Merulana è stata forzata. Qualcuno è entrato, gli ha spezzato i 33 giri e buttato all’aria i libri, mentre il suo cane Django è stato avvelenato: per fortuna, Vince fa in tempo a portarlo in una clinica veterinaria, dove nei giorni successivi trascorrerà parecchio tempo per stare vicino al suo povero amico incapace di abbaiare.

Nel frattempo, si domanda chi possa esser stato l’autore di tutto ciò; e soprattutto: perché lo ha fatto? Non gli sovvengono inimicizie pericolose né conti in sospeso con qualcuno, né tanto meno clienti insoddisfatti e particolarmente vendicativi: ma quando diventa il principale sospettato di una serie di omicidi, il biblioterapeuta comincia pian piano a unire i puntini.

E nonostante la sua vita sia sempre più in pericolo, un commissario dai capelli crespi che di tanto in tanto sproloquia in molisano di nome Francesco Ingravallo (via Merulana ce l’abbiamo, e se due più due fa quattro…) continua a metterlo in cima alla lista degli indiziati, anche perché Corso è sempre presente sulla scena del delitto: se per caso o meno, sarà compito del lettore scoprirlo.

Non si può andare più in là nel riassumere la trama: ci sarebbe il rischio di svelare troppo su un racconto fatto di piccoli colpi di scena mai telefonati, costruito attraverso una serie d’incastri nei quali il rimando letterario rappresenta il filo conduttore di capitoli ordinati dalla Z alla A.

Affidandosi a un periodare meno articolato rispetto ad altre sue prove, dunque più al servizio della storia e della scorrevolezza, Stassi dà ai dialoghi un peso fondamentale e fa sì che in ogni pagina si  respiri letteratura. Basti pensare ai nomi dei personaggi, a partire dall’ormai noto Vince Corso, che porta il cognome dello scrittore beat ma anche quello dello storico piede mancino dell’Inter Mario Corso: scelta di certo non casuale per chi ha scritto È finito il nostro carnevale (2007) ed è un dichiarato discepolo del già menzionato cantore del fútbol Osvaldo Soriano – per non parlare della commovente dedica a Gianni Mura con la quale si apre il libro.

Oltre a un’eterna lotta con un padre mai conosciuto, con tanto di lettera scritta e mai spedita, agli amori spezzati, alle malinconie causate dai rimpianti e da donne amate ma troppo lontane, in Uccido chi voglio c’è un gioco ben congegnato figlio della tradizione ispano-americana assai cara all’autore, dove ogni pedina si muove grazie alla spinta di altri testi; ma non manca neppure la musica, centrale anche in un altro ottimo romanzo di Stassi, Come un respiro interrotto (2014).

Proprio come in un gioco, lo scrittore qui si premura di porre in coda al libro le soluzioni – o meglio i «rimedi letterari» –, così da permettere a chi non avesse colto tutti i riferimenti di andare a vederli una volta finito. È divertente, talvolta gioioso, scovarli per conto proprio; al tempo stesso, è stimolante avere nuove letture da appuntarsi e da affrontare in futuro.

Con questo libro, per quanto più di mestiere rispetto ad altri suoi lavori, Fabio Stassi dimostra di nuovo il suo indubbio talento; in più, riconferma il potere del romanzo giallo di porre il lettore dinanzi al male, al tragico e alla sconfitta senza tuttavia rinunciare all’intrattenimento, all’idea di una letteratura tanto giocosa quanto intelligente, nonché imprescindibile veicolo di conoscenza di sé e degli altri.

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