Il Vecchio lottatore, l’omaggio emingueiano di Antonio Franchini

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di Marco Renzi

Antonio Franchini non ha mai nascosto la passione per la lotta e le arti marziali, le quali trovano ampio spazio anche nei suoi libri. Anche quando non ha parlato di combattimento in modo diretto, lo scrittore e editor napoletano (ormai milanese d’adozione) ha portato alla luce nella sua narrativa un corpo a corpo con la vita e col mondo intero: nell’Abusivo (2001) e in Cronaca della fine (2003), per esempio, si è confrontato rispettivamente con Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalle mafie a soli ventisei anni nonché suo conoscente, e con Dante Virgili, controverso e misterioso autore della Distruzione (1970), una persona col quale lui ebbe a che fare nelle vesti di curatore editoriale – e non solo. Tutti e due, in modo se vogliamo opposto, contribuiscono a popolare l’universo franchiniano, fatto di personaggi solitari e ostinati, sempre e comunque combattenti, spesso perdenti.

Per quanto riguarda il ring, il tatami, i pugni e i calci, il pensiero va ai lottatori ritratti in Gladiatori (2005) in collaborazione col fotografo Piero Pompili e a quelli di Quando vi ucciderete, maestro? (1996), dove fanno la loro comparsa anche Mishima e, appunto, Ernest Hemingway.

Non stupisce dunque l’uscita del Vecchio lottatore (NN, 2020), dove la dichiarazione d’intenti risiede nel sottotitolo: e altri racconti postemingueiani.

C’è in effetti molto del vecchio Papa in queste narrazioni brevi: come vedremo, non mancano gli omaggi; soprattutto, sono presenti una ricorsività e un’insistenza quasi ossessive su temi cari tanto a Hemingway quanto a Franchini, che con quel «post» piega tutto alla sua collaudata poetica, a uno stile levigato ma non del tutto minimale, a tratti distante e alle volte prossimo a quello di un autore il cui spettro si aggira costantemente per le duecentocinquanta pagine del libro.

Si comincia con un racconto all’apparenza poco emingueiano, Le Leonardiadi, dove un padre è alle prese con le gare sportive dei figli: ciò lo porta a rievocare la sua infanzia e a rapportarla a quella dei bambini di oggi, super-impegnati e incapaci di annoiarsi, fino a mettere a nudo la stanchezza mentale del genitore dinanzi all’energia fisica della figlia; la stessa figlia che nelle ultime righe gli domanda perché non abbia partecipato pure lui alla corsa campestre. La voce narrante mette in atto un’autopsia della propria sconfitta, e col suo inevitabile accenno alla fisicità, alle sfide con se stessi e con gli altri, fa delle Leonardiadi l’incipit ideale di una raccolta che riprenderà il tutto in chiave man mano sempre più esplosiva.

Pesca alla trota in Carnia ci riporta all’uomo a tu per tu con la natura; qui, il personaggio di Gualtiero Zanon è un misto tra Francis McComber e Santiago: il narratore in prima persona ne riporta le vicende, con la morte ad assisterlo sottotraccia fino alla fine. In Un marlin imbalsamato si replicano i medesimi scenari e s’incontra per la prima volta Francesco Esente, (assai probabile) alter-ego dell’autore, in una delle tranche più emingueiane del lotto.

Un marlin che non aveva pescato lui, ma proveniva dal momento più importante del passato di ogni uomo, quello che meno di ogni altra epoca gli appartiene, il momento della sua nascita, e un osservatore poco attento poteva scambiarlo per un esemplare appena catturato e inalberato con la fierezza che fino a un certo momento della storia gli uomini amavano ostentare mettendosi in posa accanto ad animali ammazzati.

Addio alle armi si affaccia invece prepotentemente su Gli ultimi italiani di Caporetto, un racconto sulla guerra scritto da uno nato e vissuto in tempo di pace: e non è un caso che il conflitto sia spesso raccontato tramite i libri – non solo solo Hemingway, ma anche Gadda e Ungaretti, nonché «l’immensità del cielo vuoto nello sguardo del principe Andrej». Caporetto/Kobarid diviene una meta di viaggi in luoghi al principio solo letterari, a poco a poco sempre più coincidenti con la Storia grazie agli incontri con gli autoctoni. La leggenda, tuttavia, pare prevalere sempre sulla realtà; e la solita sensazione la si prova nel leggere A un aficionado, intrinsecamente legato a Fiesta: all’inizio tende a una scrittura saggistica che viene poi fagocitata dalla figura di Ermanno Doris, esperto di tori e di corride, «il più grande aficionado d’Italia»; infine, si trascina in una disamina con al centro il parallelo tra scrittura e tauromachia, oltre ad affrontare gli squilibri senili di Hemingway, che in tarda età tornò sull’argomento con scarsi risultati.

Grande fiume dai due cuori è il commovente ricordo di due amici scomparsi, i cui nomi reali non vengono celati sotto altri fittizi: Sergio Altieri, editor, traduttore e scrittore con lo pseudonimo Alan D. Altieri, e l’arrampicatore Roberto Bonelli; entrambi avevano amato sfidare i propri limiti. Nel loro racconto torna Francesco Esente, così come in Non ho scopato con Hemingway, prima una conversazione al bar dove si cita La trilogia di New York di Paul Auster, e dopo un’altra fitta serie di dialoghi scaturita da un appuntamento del narratore – che qui come altrove non è mai il vero protagonista delle sue storie – con una vecchia scrittrice e il suo ex-marito.

Nel Suicidio dell’indiano si abbraccia uno dei racconti più indimenticabili e rappresentativi di Hemingway, Le nevi del Kilimangiaro. Le riminiscenze infantili – l’innamoramento per la valletta televisiva Margaret Lee – si fondono con la fascinazione per il leopardo, animale dall’abbacinante bellezza, anch’essa oggetto del suddetto racconto. Enigmatico il finale con i cervi nel parcheggio di un supermercato statunitense, a testimonianza dell’imprevedibilità dell’America profonda.

Chiude la raccolta il testo che le dà il titolo, un testo attraversato dagli episodi della travagliata esistenza del lottatore Evan Tanner, ma in prevalenza incentrato sui personaggi di Aurelio Silva, Sacramento Diaz e il Vecchio: riduttivo chiamarli solo lottatori; meglio definirli filosofi o maestri di vita. La loro quotidianità è un perenne rimettersi in gioco: coi loro muscoli segnati dagli anni, sfidano i più giovani e di conseguenza la morte.

Impossibile per un amante dei precedenti lavori di Antonio Franchini non apprezzare la sua ultima fatica, invero un ottimo viatico anche per chi non avesse mai letto nulla di uno scrittore forse più noto per il suo lavoro editoriale – per anni con la narrativa di Mondadori, oggi in forza a Giunti.

Il vecchio lottatore brilla per la sua forza espressiva, per una prosa sempre all’altezza di un narrato che non rinuncia a ibridare il saggio con l’autobiografia, con l’inchiesta e il reportage, che svuota il racconto avventuroso dalla retorica e parzialmente dal suo furore epico: risiede qui, con tutta probabilità, il sostrato emingueiano, al di là dei richiami extra-testuali qua e là disseminati, che non disturbano ma intensificano la forza di questi nove, ottimi racconti.

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