Anni fa, un amico che studiava la spazializzazione del suono, mi raccontò della scoperta sensazionale fatta da un gruppo di ricercatori svizzeri: proprio come avviene per la luce, anche i suoni potevano essere scomposti nelle frequenze che li contraddistinguevano. Quattro giovani scienziati si erano lanciati nella creazione di un prisma acustico, una sorta di prisma ottico per i suoni, che ne permetteva in sostanza una più semplice intercettazione e analisi. Qualcosa in grado di spezzare il suono nelle varie frequenze che lo costituiscono usando l’interazione fisica tra l’onda sonora e la struttura del prisma. Ma, a differenza dei prismi ottici, che si formano anche naturalmente nelle gocce d’acqua, quello acustico non avrebbe un equivalente in natura quindi per realizzarlo si devono fare precisi calcoli matematici e analisi approfondite sulle componenti elettroniche: ho pensato, oggi, che un prisma che suona è anche quello che scompone la luce e gli otto episodi di Prisma, disponibile su Prime Video dal 21 settembre. Qualcosa che non ha paragoni, né equivalenti, e non potevamo, onestamente, chieder di meglio.
La serie ideata da Ludovico Bessegato e Alice Urciuolo, già showrunner e sceneggiatrice di quel gioiellino di SKAM Italia, sta scuotendo la critica che, giustamente, ne elogia scrittura, regia, direzione attoriale, sottolineando come il tocco neorealista dei suoi ideatori sia ormai focus necessario a una credibile narrazione dell’adolescenza. Alcuni tuttavia cadono nella rete dei paragoni, citando i glitter di Euphoria o i corpi irrequieti di We are who we are: in realtà con questi prodotti, Prisma condivide solo alcune tematiche e una piccola porzione estetica, muovendosi in modo totalmente diverso. E per farlo, osa, anche nell’utilizzare il discorso musicale in modo innovativo.
Questo tentativo, per chi scrive riuscitissimo, permette inoltre di analizzare come e quanto sia cambiato il peso di una colonna sonora non originale all’interno di una produzione audiovisiva. Dietro alle quinte della colonna sonora di Prisma troviamo una squadra importante, una formazione eterogenea che fa incontrare l’elettronica densa di Ginevra Nervi – qui nella veste di compositrice -, la coppia di music supervisor Silvia Siano e Federico Diliberto Paulsen del gruppo editoriale Bixio, coadiuvati da Paola San Giorgio per la parte legata alle trattative e al coordinamento, e Bessegato stesso che, definendo l’identità sonora di Prisma, ne coordina anche l’estetica musicale. Nell’ottica narrativa della serie, che non è solo una serie ma un romanzo e del romanzo risente nella scrittura, nel linguaggio dei personaggi, nei luoghi che questi abitano (aver letto Adorazione di Urciuolo apre ulteriore finestre sull’analisi di una provincia come Latina), l’impianto musicale rischiava di portare fuori rotta, se non calibrato alla perfezione.

Prisma, grazie al suo regista, ai suoi music supervisor e scommettiamo a una produzione sensibile al comparto sonoro, concepisce il potenziale musicale in un’ottica che non ricerca mai il sensazionalismo o il semplicistico effetto top 5 da classifiche. Dare alle canzoni nuova vita e nuovo pubblico significa anche dare al racconto di un personaggio, di una sua azione, di un suo movimento, un nuovo livello interpretativo che non deve tanto razionalizzare l’impatto della sincronizzazione quanto piuttosto funzionare universalmente, così che il quindicenne che viene travolto per la prima volta da un pezzo dei primi duemila, si emozioni allo stesso modo del trentenne (e di trentenni che vivisezionano i prodotti adolescenziali ce ne sono a bizzeffe) che quei brani li ha vissuti dentro ai primi lettori mp3.
I numerosi brani scelti e sincronizzati negli otto episodi di Prisma, calibrano fra il caotico perdersi degli skip e il sentire chirurgico di brani che raccontano sguardi, gioie, violenze, dubbi. Scelte che ampliano lo spettro dell’ascolto con la curiosità di chi decide consapevolmente che più è meglio di meno solo se trova un allaccio sincero allo script, e per questo ricerca, scava, spolvera fra la Storia della musica e la sua subcultura, arrivando così a un tipo di responsabilità che potremo definire pedagogica, educativa. Si tratta dell’attimo in cui il regista non deve chiedere il permesso per lanciare in faccia al pubblico canzoni lontane, inaspettate, per alcuni fuori tempo e fuori luogo, per chi vi lavora da mesi sempre cristalline, nel dispiegare la tensione di un volto, nello sciogliere i nodi ai capelli di un’adolescente di provincia. Le canzoni di un passato recente (nella OST di Prisma mediamente ci muoviamo dal 2003 al 2021) abbracciano le nuove uscite – freschissime, quasi incapaci da metabolizzare – e creano una realtà che non fa più da tappeto ma vive assieme alla storia, la assorbe in ogni momento, e la attraversa: e così mentre la generazione Z scopre i grandi classici (in questo caso due brani maestosi firmati da Califano e Tenco), i (post)trentenni si tengono aggiornati sulle ultime uscite.
La colonna sonora di Prisma regala scosse e approdi, schiaffi e abbracci al nostro vissuto, modellando nuove forme a motivi familiari: grazie a questa si celebra il vigore plastico di un’opera unica, e sicuramente maestra per le future prospettive seriali. Anche e soprattutto per tutto ciò che gira attorno alla supervisione musicale. Perché pur trattandosi di raccontare la generazione Z, la musica ha costantemente un atteggiamento adulto nel disvelarsi tra le crepe da cui Prisma lascia filtrare la sua luce potentissima. È adulta nell’accogliere gli eventi (i cambiamenti) senza demonizzarli, così come lo era quella Pem Pem di Elettra Lamborghini in SKAM Italia, nel momento in cui Filippo Sava si trova faccia a faccia con un test HIV fai da te. È adulta perché non prova mai a incupire il pubblico di fronte a una crisi ma prova a portarlo con sé nei meandri della psiche adolescenziale, caotico, vorticosa, eppure bellissima. È adulta perché decide di porre l’attenzione non più sull’identità e il genere ma sul desiderio.

Con la OST di Prisma assistiamo alla lotta – fisica, sudata, sensuale – fra la dolcezza immacolata, candida e celestiale di brani come Vivo, The more I cry, The closer I get to you e la carnale schiettezza, cruda e violenta, del rap di LXX Blood o del punk liquido di Sweats. Solo così infatti – nel disegno che la vede combattuta fra due poli, irrisolta, confusionaria – si può credere alla rappresentazione dell’adolescenza, e del suo suono: un ritmo duplice che non necessita di assoluti, di tinte unite ma si bea delle scoperte continue, del tornare indietro, del lanciarsi in avanti. Parallelamente non viene lasciato spazio a sonorità fisse, monotematiche, a protagonisti che si fanno schema di un genere perché il genere non conta, potrebbe non esistere, come dimostra Daniele, trapper boy innamorato delle ballad pianistiche di Sampha. Non siamo mai una cosa sola, siamo tutta la musica che ascoltiamo, le riproduzioni nascoste in sessione privata, le playlist pubbliche, siamo la radio delle otto di mattina, i concerti negli spazi museali e le serate revival condotte dallo zio che voleva fare la rockstar.
Ma partiamo dall’inizio: il primissimo brano non originale inserito in Prisma è del 2018, lo canta Jonathan Bree che arriva dal chamber-pop per poi tentare di rovesciarlo. È la prima sincronizzazione in cui conosciamo meglio il volto della creatura bifronte Marco/Andrea (un Mattia Carrano che scuote a ogni sguardo, incanta per cura e delicatezza, oltre a regalarci una voce adolescenziale finalmente diversa, un tono ondulato, con i rospetti in gola che sembrano piccole disperazioni), e in cui scopriamo le sere settembrine di Latina. È un brano che parla di corpi, scintille, dell’essere cool, e che si chiude con un verso che fa così, “trova conforto nel privilegio da perseguire/ la maggior parte delle persone viene schiacciata nella servitù”. A rileggerla a visione ultimata sembra una dichiarazione d’intenti. Con la seconda canzone in scaletta, per presentare Marco, o meglio l’evento passato che lo ha fatto diventare il Marco del presente, si usa un brano del 2020 che ricorda le ballate anni ‘50: The more I cry della svedese Alice Boman è il vintage autentico che odora di casse panche in legno nella casa dei nonni, di vestiti antichi e ritrovati, di polvere sui tasti di un organo mai posticcio. E la stessa operazione – brani contemporanei che profumano di passato come con gli WOW in un momento teso all’intensità massima – verrà fatta per svelare il segreto di Andrea, gemello di Marco, da lui diversissimo. In questo caso affidando alla Vivo del nostro Andrea Laszlo de Simone una scena madre che nell’incedere ipnotico e solenne di una ballata del tempo perduto trova il proprio fascino. È buffo ascoltare questi due brani in sequenza, sembrano fratelli, o sorelle, eppure non lo sono. Gli accordi ne sono la prova. Eppure. Voglio pensare che in Prisma nulla venga lasciato al caso.
La prova che il discorso musicale permette alla serie di brillare ancora di più è l’ascolto della sua OST, una volta terminata la visione, come fosse un personaggio indipendente, una raccolta, di quelle che andavano in voga negli anni duemila: non una semplice playlist ma la possibilità di entrare in un mondo e restarvici per oltre cento brani. Non è più il semplice legare volti e brani, è piuttosto la comprensione profonda di un microcosmo intergenerazionale che avvolge e incanta, tanto i ragazzini che hanno la stessa età di Marco e Andrea, quanto i trentenni, orfani di una così onesta e riuscita narrazione DEL momento adolescenziale. Funziona ed emoziona il singalong sulla Sere Nere di quel ragazzo di Latina che dalla provincia è uscito, esplodendo e poi tornandovi come entità superiore: sebbene gli adolescenti di Prisma andassero all’asilo quando la mia generazione si struggeva dietro al romanticismo confessionale di Tiziano Ferro, quel brano, urlato col sorriso, i gomiti piegati, guardandosi negli occhi, supera gli anni e i movimenti, le mode e gli imbarazzi, riunendo tutti sotto lo stesso scorrere torrenziale dell’amore. D’altronde cosa c’è di più presente, quasi morboso, nel quotidiano di un adolescente se non la musica in cuffia, la musica in discoteca, la musica alle feste, la musica in macchina, la musica durante la vita?
Bessegato e Urciuolo lo hanno capito, lasciando che anche la colonna sonora di Prisma potesse farsi protagonista, quasi una città invisibile abitata dai corpi giovani dei protagonisti, in eterno muoversi fra il suono, il rumore, il silenzio. Non ha senso raccontare ogni scelta musicale ma val la pena ricordare alcune delle sincronizzazioni più belle che hanno investito questi otto episodi impastati di corpi e traformazioni: dalla scena del bocciodromo, in cui tutto è metafora, con una pressoché ingiustamente dimenticata I’ll Make You Feel di Low Roar al carosello psichedelico che utilizza The Fall di Rhye col suo riff di pianoforte infettivo per fare da contrappunto alla paura caotica vissuta da Andrea, bloccato su un tagadà emozionale di difficile risoluzione. E poi c’è quel filo rosso, che è metaromanzo e trampolino narrativo: No one knows me like the piano di Sampha è dentro le vite dei protagonisti, di chi, attorno a quel brano, costruisce un profilo instagram, di chi la ascolta in concerto, di chi – con la sua semplice riproduzione – cerca di far capire qualcosa che non riesce ad ammettere nemmeno a se stesso. La sequenza finale, su quell’autobus che torna a sottolineare il movimento della provincia verso l’esterno, sembra restituirci il perché di una scelta musicale mai così in linea con l’emozione dei personaggi scritti e la nostra personalissima sfida nel sorreggerne la visione. Che sia un oggetto a conoscerci come nessun altro, può quasi essere un’ammissione di colpevolezza in tempi dettati da social e orchestrati da pc e smartphone. Oggetti in cui viene riversata l’intera personalità, i segreti, le paure, i sentimenti. Anche in questo caso Prisma riconosce meglio di tutti la complessità del presente, la accetta e la restituisce senza eccessivo dolore. Nella regia, nella sceneggiatura, nella fotografia. E sì, anche nel suono. Che non è solo OST, è sound design, è attenzione al rumore, al silenzio. Alla sonorizzazione di una cittadina, dei suoi palazzi, degli ascensori, del parco, della natura contadina e un po’ mitica, con un’estetica che ricorda ora i racconti di Pennacchi ora il mito classico di Ermafrodito.

Prisma disorienta lo spettatore anche e soprattutto nelle scelte musicali, in cui non vi è mai niente di predeterminato: la musica fisica, fatta di cuffie, casse, sampler, e liquida, sui cellulari, non era mai stata così tanto presente nella serialità italiana che pur in passato aveva dimostrato un importante cambio di passo in fatto di cura e approfondimento di un altro piano di lettura della storia. Ma è adesso, che la rivoluzione giovane sembra aver finalmente preso piede con la maturità un po’ impertinente che le si addice, che il filo narrativo disegnato su questi brani, si sviluppa al massimo. I creatori di Prisma hanno capito, come sa benissimo ogni adolescente, che la musica è in grado di dire tutto senza dire nulla: bocca chiusa, cuore aperto, anima fuori dal corpo.
Che Bessegato sia un regista estremamente musicale è indubbio, è attento al peso dei suoni, allo spazio e al tempo che questi possono prendersi all’interno di una scena, e con questa nuova serie sembra volerlo gridare al mondo, sottolineando, un po’ come dicono i maestri americani Adams, Hnatiuk e Weiss (che insegnano music supervision alla NYU), “in order to look great, it has to sound great”. E aver investito, tempo e cura, nella catena audio di un prodotto come Prisma si è rivelato essenziale. Così come è essenziale continuare a credere nel dialogo fra i diversi aspetti della colonna sonora: non deve esserci contrapposizione, lotta, fra chi disegna l’estetica musicale, chi compone i brani originali, e chi si occupa della supervisione musicale, si lavora assieme, ci si parla. Come in questo caso, il tema composto dalla talentuosissima Ginevra Nervi dialoga apertamente con i brani di repertorio, portando il suono di Prisma a farsi racconto identitario e riconoscibile. La sua colonna sonora in fin dei conti mostra quanto la musica sia elemento primordiale e formativo nell’adolescenza pur muovendosi in modi personalissimi per cui l’interazione che ha Andrea sarà diversa da quella di Nina o Carola. Resta la potenza di quei momenti, di quegli ascolti, della volontà di creare – autonomamente – un’atmosfera, un medium attraverso cui i confini dello spazio pubblico e privato si fanno necessariamente sfumati. Questo romanzo queer, commovente e politicamente rappresentativo, ha capito che niente, più e meglio della musica, riesce a plasmare la biografia culturale di un adolescente.
Come solo le cose grandi sanno fare, Prisma potrebbe ben presto trasformarsi in verbo: prismatizzare le cose, le persone, scomporle per vederle meglio. Osservare, finalmente, il racconto adolescenziale che moltissimi non hanno avuto. Ascoltare il suono di quei sentimenti espressi magnificamente perché sono gesti fatti di sottrazione e non di penoso carico. Senza didascaliche spiegazioni, senza morale, senza giudizio. Ascoltare e sentire, senza stereotipi, e senza fretta.
Chiunque io sia, chiunque tu sia.

Molto d’accordo. La serie è ottima e quest’analisi non è da meno.