Il mio primo morto

In occasione della Giornata Mondiale della Povertà e della Notte dei Senza Dimora 2020, pubblichiamo un longform di Girolamo Grammatico scritto all’interno del corso “Scrivere di sé”, tenuto da Andrea Pomella per la Scuola del Libro. Buona lettura.

di Girolamo Grammatico

Guardate gli uccelli del cielo:
non seminano, né mietono, né ammassano nei granai;
eppure il Padre vostro celeste li nutre.
Non contate voi forse più di loro?

Mt 6,26

 

Il mio primo morto l’ho visto lì, a 22 anni. Non ho visto il cadavere, ma qualcosa che potremmo definire “un morire”. La vita è letteralmente fuggita da un corpo incapace ad accoglierla.

C’era quest’uomo seduto a terra. Dava continue testate al contrario. Come se una mano invisibile gli avesse afferrato il collo e lo percuotesse, ripetutamente, contro il cancello.

Il rumore metallico era scandito con una precisione che sembrava artificiale. Era il metronomo della morte. E io lì, a fissarlo in attesa dell’ambulanza.

Santarelli era un senza dimora accolto nel centro notturno per cui lavoravo. Un incidente gli aveva fracassato il cranio. Le cicatrici che aveva in testa erano i canyon di Marte. Su quel pianeta tutto era sconosciuto. Santarelli non solo aveva perso la ragione a causa dell’incidente, ma aveva anche perso tutto il resto: lavoro, casa, famiglia. A volte era ingestibile. Non per scelta. Anche se spesso gliene si faceva una colpa. Il suo rapporto con la realtà era saltato. La realtà era un posto nuovo per lui e lui era un estraneo per la realtà. Non aveva più gli strumenti per abitare il mondo e il mondo era occupato da una società che non lo voleva. Per questo abitava in ostello. Lì poteva stare, recintato, a fare lo scemo del villaggio.

Solo che in quella struttura c’erano centonovanta ospiti e quattro operatori per un totale di centottanta scemi del villaggio circa. In quel posto, avremmo potuto ribaltare l’adagio e dire che c’era “il sano del villaggio”. E non mi sto riferendo agli operatori sociali, perché il più delle volte ciò che distingueva un operatore da un senza dimora erano soltanto le chiavi.

Il primo le aveva e poteva accedere ad ogni stanza della struttura, il secondo no.

Le chiavi erano l’amuleto dell’integrazione. I senza dimora non hanno le chiavi di casa, le chiavi della macchina, le chiavi del loro destino, non hanno le chiavi di nulla. Gli operatori hanno le chiavi. Oggi so che erano inutili. Accedevi sempre nello stesso luogo fatto di miseria e degrado. Per quante porte aprissi e per quante ne chiudessi, stavi sempre lì. Dentro al recinto nel quale avevano rinchiuso il sig. Santarelli.

Di lui si diceva che fosse stato un professore. Io credo di sì, perché quando si arrabbiava con me le volte che lo obbligavo a farsi la doccia, mi rincorreva urlando “Pusillanime”. Per me questo era un certificato di docenza.

Santarelli aveva spesso delle crisi epilettiche. Quella sarebbe stata l’ultima.

Ad assistere alla scena c’erano il responsabile della mensa e una volontaria che serviva i pasti. E poi c’ero io. Aspettavamo l’ambulanza, mentre la sua testa batteva sul cancello.

La volontaria che di mestiere faceva l’infermiera insisteva per intervenire. Aveva con sé del valium e voleva iniettarlo nei fiumi sotterranei del pianeta Santarelli. Per farlo le serviva una siringa.

Noi avevamo la siringa, però il responsabile della mensa non voleva prendersi la responsabilità di un gesto del genere. In momenti come questi ci sono solo due strade: la norma e i valori. La norma ti tutela, sempre. I valori sono un rischio. Sempre.

La norma diceva di non toccare Santarelli e di aspettare l’ambulanza. I valori in cui credevamo di credere dicevano di correre il rischio di ammazzarlo col valium, piuttosto che stare lì a guardare una crisi epilettica che durava da troppo tempo.

E io ero lì, calmo. Molti si complimentarono, dopo, per il mio sangue freddo. E per un po’ ci abbiamo creduto tutti. Avevo ventidue anni e lavoravo in un centro d’accoglienza notturna della Capitale. Il più grande della città. Quello storico. Il primo. La sera, in turno eravamo in due, su centonovanta persone accolte. L’età media era quella di mio padre e io dicevo a uomini molto più grandi di me quali erano le regole di quella casa temporanea e mi impegnavo a fargliele rispettare. Se così non fosse stato, li avrei messi alla porta. In strada. Di nuovo. I senza dimora erano sì accolti, ma erano anche ostaggi del potere dell’operatore.

Se io ero tranquillo, mentre Santarelli si spegneva, non lo devo al coraggio. Ero stato così tante volte esposto a scene simili, che ormai ero privo di sensibilità. Ed è questo che fa il sistema dell’accoglienza dei senza dimora: desensibilizza chi ci lavora, lentamente. Ero leggermente intontito dalla decisione di non intervenire del mio responsabile.

A nulla servirebbe chiedermi: se la volontaria gli avesse somministrato il valium, lo avremmo salvato? No. Sarebbe morto qualche giorno dopo con un’altra crisi o qualche anno dopo. Era questione di tempo. Ma la domanda vera, però, è un’altra. È una domanda che noi pusillanimi ci facevamo di tanto in tanto, quando prima di rientrare a casa, di notte, ci fermavamo a bere un paio di birre con i senza dimora che non avevamo accolto per mancanza di posti letto.

Ma Santarelli, che dopo l’incidente, non capiva più un cazzo, che era rimasto senza un soldo, che non aveva nessuno che si prendeva cura di lui, che vagava per la città senza far niente tutto il giorno, che l’unico scopo della sua vita era attendere l’orario di ingresso in ostello, lui, Santarelli, con le crisi epilettiche settimanali, incapace di seguire qualunque terapia, con gli stessi abiti da mesi, lui che dormiva in una stanza di quattro metri quadri con altri quattro senza dimora, lui che non ricordava nulla della sua vita passata e che non aveva futuro… poteva definirsi vivo?

*

Quali sono le condizioni per definirsi vivi? E quali sono le condizioni per definire vivo un altro essere umano? Coincidono?

Se Santarelli mi avesse detto “sì, sono vivo!”, sarebbe bastato? E allora io? Io che sono vivo in un modo totalmente diverso da lui, sono più o meno vivo? E adesso che era morto, io cos’ero?

Forse un pusillanime, visto che non abbiamo mai più parlato di lui con il responsabile, né con la volontaria. Non serviva reprimere il ricordo, eravamo immersi in continue emergenze: risse in sala mensa per la pasta scotta, ubriachi che scavalcavano il cancello per prendere un posto letto con la forza, infarti, svenimenti… ogni sera accadeva qualcosa che totalizzava la nostra attenzione.

Se vuoi vivere nel qui ed ora, lavora per strada con gli emarginati e verrai catapultato in un eterno ieri insuperabile. Tutto si ripete. Un centro notturno che accoglie i poveri mette in campo un progetto di evidente amorevole carità e allo stesso tempo ha l’effetto di una tachipirina: lavora sul sintomo e non sulle cause. Infatti, ad un certo punto, la tachipirina non serve più, serve l’antibiotico. È inutile aumentare la dose, non puoi farlo per sempre. Come non puoi aprire centri notturni per i poveri per sempre.

Le riflessioni sul tema non mancano. Molti si sono arrovellati sui termini: barbone, clochard, senza tetto, senza casa, senza fissa dimora… sono tutte parole che usiamo in modo indiscriminato, eppure ognuna di esse ha un suo significato e una sua percezione. Santarelli era un barbone o un senza tetto? Non è la stessa cosa. Alla fine si è scelto il sintagma “senza dimora” e gli studiosi hanno redatto “una classificazione attraverso una griglia di indicatori”, la chiamano ETHOS. Affascinante. Perché è costume definire una persona per ciò che non possiede, la casa, e non per ciò che è, le sue virtù.

Quindi io che non sono laureato, sono un senza-laurea? Io che in quel periodo ero l’unico senza patente, ero un senza-patente? Perché la dimora ci definisce così tanto? Io sono trapanese o romano? La mia casa è quella dei miei genitori dove torno ogni anno o il sesto appartamento in cui ho le mie poche cose da studente fuori corso?

Per dimora si intende un luogo stabile, personale, riservato ed intimo, nel quale ognuno di noi può esprimersi liberamente. Un luogo sicuro, ma soprattutto un luogo fatto di relazioni.

Io sono le mie relazioni.

I senza dimora hanno tutti i legami recisi da una serie inesorabile di eventi catastrofici. Eppure c’è un mistero nella parola “dimora” che la distingue da “abitare”. I senza dimora abitano in ostello e questo non li trasforma in non-senza-dimora. Perché? Perché quella parola deriva dal latino morari, indugiare e il de è rafforzativo. Nessuno desidera indugiare un minuto di più in un luogo sporco, pieno di derelitti puzzolenti e nel quale vieni stigmatizzato a vita come colpevole della tua povertà. Per la società chi abita lì, non esiste più.

Per questo forse ho considerato i poveri la mia famiglia per molti anni. Perché ogni sera, a fine turno, logorato dai loro curricula pieni di fallimenti, indugiavo confuso sulla soglia del cancello prima di tornare a casa con quel senso profondo di essere un sopravvissuto.

*

Chi di noi può dirsi sopravvissuto? Chi sopravvive a un evento mortale: un terremoto, un uragano, un incidente, un attentato, non al quotidiano. Eppure una persona muore, in media, ogni 10 secondi. Vivere è un sopravvivere. Questo verbo però lo decliniamo solo al participio passato. Nessuno di noi si definisce sopravvivente.

I senza dimora sono sopravviventi.

Sopravvivono alla miseria. Non sono morti e non sono vivi. Hanno il necessario eppure, senza il superfluo, non sono pienamente vivi.

E noi, che siamo pagati per amarli durante il nostro turno di lavoro? Noi chi siamo? La cura o il problema?

Ogni giorno in Ostello suona qualcuno per un posto letto. Ogni giorno sono sempre di più le persone disperate che si attaccano a quel citofono.

Come quella volta, che sono arrivato in ritardo dopo una notte passata a bere per strada. Avevo dimenticato pure le chiavi. Sono stato costretto a suonare, anche io. Al citofono mi ha riposto la volontaria nuova e non voleva farmi entrare. Ripeteva che l’ostello avrebbe aperto da lì a mezz’ora. Dovevo ripassare dopo. Le spiegavo che io ero l’operatore, lavoravo lì, avevo solo dimenticato le chiavi. Ma lei insisteva, dovevo ripassare e parlare con l’operatore. La volontaria era zelante. Applicava la norma. Allora mi sono attaccato al citofono. Suonavo e risuonavo. Ripetutamente. Come Santarelli quel giorno. Anche lui stava bussando al cancello, a suon di colpi di cranio.

Entrambi volevamo essere riconosciuti. Ascoltati.

Ma mentre io volevo solamente entrare e iniziare il turno, lui sembrava voler dire a tutti, prima di morire: uscite, non entrate in ostello, non indugiate nelle vostre case, uscite per strada e costruite una sola dimora.

(Foto)

Commenti
Un commento a “Il mio primo morto”
  1. Luisa Desinano ha detto:

    Grazie. Una descrizione dell’umanità sofferente che mi ha fatto capire una realtà che non si vuole vedere
    Luisa

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