I miei amici

di Alfredo Palomba

Altra giornata splendida sulla mia collina del cuore, sembra quasi che non debba piovere mai più. Sono piuttosto sicuro che se l’inferno esistesse, il meteo lì sarebbe sempre questo: niente fuoco e fiamme, niente magma, un’eternità placida e confortevole scaldata da un sole costante ma non invadente, uno stato immutabile di benessere apparente che, a un certo punto, ti fa desiderare di sentire la pioggia sul viso o un brivido di freddo o di preoccuparsi per qualcosa. Sono le dieci, ho fatto colazione a letto come tutte le mattine e sono di buon umore, quindi ho deciso che andrò a trovare Chucky, è un po’ che non lo vedo. Mi avvio sul vialone a prova di menomato che circoscrive la collina fino al cancello d’ingresso, una discesa dolce su cemento antigrip che i freni della mia carrozzina non temono. Procedo a velocità sostenuta sul perfetto manto stradale, senza esitazioni. Quando guido dalla villa alla piscina di Chucky penso spesso a Michael Schumacher, il pilota di formula uno che si è trasformato in una specie di polpetta umana sbattendo contro una roccia o un albero, mentre sciava. Magari è ancora in grado di guidare qualcosa, se non altro per riflesso muscolare, come quei catatonici a cui le mogli spremono le palle per farsi ingravidare prima che muoiano. Sarebbe splendido far trasportare qui Michael, ficcarlo su una carrozzella motorizzata come la mia e sfidarlo a una gara per paraplegici. Con tutti questi tornanti, poi, sarebbe ancora più emozionante e realistico, io e Michael in un testa a testa, il mostro e il cavolfiore sbavante che si contendono il primo posto, derapando e curvando fin quasi a toccare la terra con le orecchie, sorpassandoci a vicenda nel rettilineo finale mentre la folla incita entrambi, in delirio. Il grande ritorno di Schumacher in pista. Potrebbero anche dotarlo di una carrozzina comandata a distanza, dalla moglie o da uno dei figli, magari. Che stronzata. Nemmeno mi ricordo se è ancora vivo, Schumacher.

Ho un maggiordomo di nome Ambrogio. Non si chiama davvero Ambrogio, è il nome che assume nel momento in cui sostituisce l’Ambrogio precedente, l’eredità lasciata dal maggiordomo che ha abbandonato la mansione. In una serie di pubblicità di bon-bon che trasmettevano quando ero bambino c’è questa stronza vestita di giallo con un cappello anni ’20 vistosissimo e la faccia da troia che chiede al maggiordomo di nome Ambrogio (un signore distinto, alle soglie dell’anzianità, col baffetto ordinatissimo, vestito da chauffeur), qualcosa da mangiare perché ha “un leggero languorino” ma non è proprio fame, “è più voglia di qualcosa di buono”. In una, per esempio, signora e autista/tuttofare sono in una Rolls-Royce Silver Spirit extralusso. Lei, dal sedile posteriore, recita la solita battuta – “Ambrogio, ho un leggero languorino… ma non è proprio fame, è più voglia di qualcosa di buono” – e lui, il maggiordomo perfetto, che conosce benissimo le voglie della signora, preparato a ogni evenienza, preme un bottone: dietro si apre un vano segreto con un’enorme piramide di cioccolatini, ognuno nel suo incartamento dorato, e la piramide scivola fuori dal vano, poggiata su un piatto d’oro. All’interno del vano si notano, di sfuggita, una bottiglietta e alcuni calici di cristallo. La Rolls-Royce dispone di una tecnologia all’avanguardia, a quanto pare studiata apposta per le esigenze gastronomiche della signora. Ambrogio è felice di far felice la sua padrona, è proprio felice, anche se a me è sempre sembrato di notare una vena di odio nella sua espressione felice, in quegli occhi felici ma troppo sorridenti, sotto il copricapo nero elegante. Non ho mai dubitato che, in realtà, il vessato Ambrogio volesse saltare al collo della signora, strapparle quei vestiti gialli da ricca mentre la prende a pugni in faccia, sbatterla contro un muro, scostarle le mutande, allargarle le natiche e sodomizzarla come si merita in ognuna di quelle pubblicità. Ogni tanto guardo vecchi spot su YouTube e quando mi capitano quelli con Ambrogio e la signora, nella mia testa si concludono sempre in un orribile stupro anale: Ambrogio che ansima per la fatica di controvertere i ruoli sociali e ristabilire la legge naturale del più forte e la signora sotto di lui, strillante, in lacrime, l’ano allargato e grondante sangue e merda. Primo piano sul cazzo sporco di Ambrogio che entra ed esce. Primo piano sullo sguardo da pazzo, gli occhi fuori dalle orbite e l’espressione stravolta e lasciva di Ambrogio – al quale, misteriosamente, non è cascato giù il cappello da chauffeur – che pompa senza rallentare il ritmo, la lingua penzoloni. Logo dei cioccolatini in sovrimpressione. Fine.

Sicché chiamo Ambrogio tutti i maggiordomi che negli anni sono passati di qui (e dispongo di Rolls-Royce Silver Spirit in numero di tre). Saranno stati diciassette o diciotto, credo. Funziona così: quando un Ambrogio va via, gli assistenti di mio padre passano in rassegna i curriculum che vegetano in azienda e, nel frattempo, sul sito si apre una posizione. Di questo mi occupo io, ho le chiavi di accesso. L’annuncio è sempre lo stesso, un’oscenità in aziendalese che non dice nulla, eppure non mente: la società cerca una risorsa “dinamica”, anche diplomata, per “ricoprire un ruolo di responsabilità nell’ambito del people caring” che possieda “grande attenzione ai dettagli, pazienza, self-control, capacità di lavorare sotto pressione”, insomma una serie di caratteristiche necessarie a fare da badante al qui presente mostro (non menzionato nell’annuncio). Poi c’è un segmento che potrebbe far sorgere qualche dubbio negli applicanti più svegli: “È richiesta una spiccata capacità nei lavori domestici. È requisito necessario che l’applicante costituisca nucleo familiare a sé e sia disposto al trasferimento immediato. Oltre alla retribuzione, sono previsti il vitto e l’alloggio”.

Gli Ambrogio sono pescati nell’enorme bacino di disoccupati single disposti a tutto pur di lavorare, pronti a cambiare residenza e a stravolgere le proprie abitudini senza nemmeno pensare che non sia un’enorme fortuna essere stati scelti dall’azienda di mio padre. La quantità di nuove leve, stando alle comunicazioni dei collaboratori del vecchio, che mi aggiornano in diretta durante lo spoglio dei curriculum, è impressionante. Le deliberazioni costituiscono un momento di grande apprensione generale. Mio padre non partecipa alle fasi preliminari: gli ultimi dieci curriculum gli vengono trasmessi nel suo ufficio e tra quelli sceglie il nuovo maggiordomo, previo breve colloquio coi candidati, durante il quale non svela i particolari della mansione, se non che il lavoro viene svolto in una villa fuori città. Da parte mia, non ho mai voluto contribuire alla fase decisionale: Ambrogio dev’essere il risultato di uno sforzo collettivo il cui imperativo è la mia soddisfazione e al cui centro c’è il mio benessere quotidiano ma, soprattutto, deve emergere dal lavoro altrui: i responsabili sono loro, io ne sono il beneficiario e, come tale, pretendo il prodotto finito. E poi mi piacciono le sorprese, ogni nuovo Ambrogio è una specie di regalo di Natale. Dal momento in cui un Ambrogio va via a quando un altro deve bussare alla mia porta, do loro un massimo tassativo di settantadue ore, nelle quali sono compresi i dieci colloqui e la decisione, spesso lenta e ponderata, di mio padre. Sanno bene che, se non selezionano la Decade – nel gergo dell’azienda la rosa dei candidati prescelti è chiamata così, “la Decade” – e la trasmettono al vecchio con largo anticipo, i tre giorni potrebbero scadere e la responsabilità sarebbe soltanto loro.

Il precedente Ambrogio ha resistito cinque mesi. La mia più grande delusione è stato un Ambrogio di cinque anni fa, il più somigliante all’Ur-Ambrogio, andato via dopo tre settimane (quello fu un annus horribilis per i manager-schiavi di papà alle prese coi curriculum): la prova del cibo avariato lo aveva ridotto in uno stato tremendo e appena fu in grado di rimettersi in piedi, dopo le prime, svogliate cure dell’infermiera costretta a fare gli straordinari e a trafficare con vomito e deiezioni, chiamò un taxi per farsi accompagnare via, minacciando denunce, mentre io già aprivo per l’ennesima volta la posizione sul sito dell’azienda e partiva il nuovo conto alla rovescia di settantadue ore. E, comunque, nessuno denuncia mai. Però fu un vero peccato, quella volta. Il tizio era tanto simile ad Ambrogio – aveva perfino gli stessi baffetti e la stessa malcelata cattiveria nello sguardo, tutto, c’era tutto – e io ero così entusiasta, che

1) gli facevo indossare il completo da chauffeur (uguale a quello dell’Ur-Ambrogio) anche in casa, rinunciando così alla livrea (il completo da casa, appunto);

2) mi feci cucire, dalla stessa sartoria da cui mi rifornisco per gli abiti della servitù, due splendidi tailleur gialli giacca e gonna e due vestiti di organza per la domenica (pagati il doppio del loro valore perché la consegna fosse effettuata entro ventiquattr’ore) e comprai anche l’immancabile cappello della signora.

Da allora, metto un vestito giallo lussuoso all’arrivo di ogni nuovo Ambrogio, è diventata una mia personale tradizione aspettarlo acchittato come la signora della pubblicità: mi veste la governante, la mia badante numero uno nei momenti periodici di vuoto.

Quanto alla livrea, indossata inderogabilmente da tutti gli Ambrogio tranne il suddetto, l’istruzione e la vestizione in compagnia della governante durano un paio d’ore. Quando il maggiordomo è pronto, lei viene ad avvisarmi e io torno al piano di sotto per assistere alla discesa formale: Ambrogio appare in cima e sembra un perfetto cocchiere del XIX secolo: marsina, sottomarsina con abbottonatura laterale e calzoni al ginocchio sono di panno blu cobalto, il mio colore preferito, attraversate da un gallone d’argento, oro filato e filo di seta blu con plaquet di metallo placcati in oro e stemma dorato a rilievo; completano l’abito calze bianche in lana filata sottile (cotone se è estate) e scarpe di cuoio a tacco basso con fibbia quadrata in argento. Ambrogio, in genere, scende le scale con solennità e un certo portamento (anche su questo viene redarguito). Lo guardo sempre incedere e, a seconda dell’impressione che ne ricavo, decido se sottoporlo subito alla prova del piscio o aspettare un po’.

Arrivo alla piscina di Chucky, a circa metà strada tra la villa e il cancello d’ingresso, in una zona terrazzata e attrezzata della collinetta. Circa una volta l’anno faccio telefonare a un’impresa di pulizie per sgomberare tutta la merda che Chucky ammucchia dentro e intorno alla vasca, così il povero pazzo deve ricominciare da capo a cercare in giro e portare qui lo schifo di cui la gente normale si disfa. È troppo divertente vedere come il vecchiaccio strepita e tenta di ammazzare gli operai che irrompono e cominciano a sbarazzarsi delle sue cose e, d’altronde, se anche non fosse divertente sarebbe necessario: oltre a essere schizofrenico, Chucky è un accumulatore seriale. Se lo lasciassi libero di agire per troppo tempo, nel giro di pochissimo qui non ci sarebbe più spazio. Continuerebbe ad accatastare immondizie fino a farle strabordare dalla zona piscina e invadere la strada. Si ammasserebbero contro il cancello, lo farebbero crollare, continuerebbero la loro espansione nel mondo. L’infinita catena di rifiuti salirebbe anche fin su alla villa e entrerebbe in casa, occupando le scale, le stanze della servitù, il mio appartamento privato, la biblioteca, l’osservatorio, la piscina coperta dell’osservatorio, e proseguirebbe a ingrossarsi fino alla totale saturazione dello spazio libero, inglobandoci, uccidendoci, trasformandoci in umido. E invece no, vecchio barbone idiota che non sei altro. Il repulisti che Chucky vive come una sorta di Apocalisse e resetta i progressi del suo horror vacui privato è una manovra di sopravvivenza, oltre che uno spettacolo spassoso, e ha lo stesso senso del distruggere una ragnatela che si è lasciata crescere per pigrizia ma che comincia a diventare troppo ingombrante e la cui vista, a un certo punto, disturba: quando la soglia di tolleranza è oltrepassata – e Chucky non è mai in grado di comprendere che esista una soglia di tolleranza, ogni volta che l’operazione di pulizia si mette in moto è come se fosse la prima – faccio spazzare via la ragnatela di merdate che l’aracnide mio ospite tesse con pazienza e meticolosità. Una telefonata da parte di Ambrogio e nel giro di mezz’ora un’intera squadra di uomini in uniforme da pulitore nazi-igienista fa irruzione nella zona piscina con un camion per traslochi e comincia a buttarci dentro le cose di Chucky, che si trasforma in una maschera da tragedia greca e si strappa i capelli, urla, sputa sugli operatori e deve essere contenuto da almeno due di loro, il cui compito è salvaguardare l’incolumità dei colleghi che sgomberano l’area. La tenda attrezzata che Chucky ha allestito all’interno della piscina, invece, non viene toccata. Dopo la traumatica ripulitura e l’inseguimento del camion per qualche decina di metri, ci si rintana dentro per almeno un giorno, poi pare dimenticare l’accaduto e riprende a fare escursioni e a portare rifiuti per abbellire il suo habitat. Va avanti così da quando l’ho trovato per strada e ho deciso di regalargli la zona piscina, che non ho mai utilizzato e pensavo di sfruttare in qualche modo. È una specie di Grande Fratello privato, con un solo concorrente fisso: l’area è monitorata, come tutto il resto della collina, da telecamere a circuito chiuso, così posso seguire Chucky sullo schermo quando non mi va di sorbirmene la puzza. C’è lui che armeggia coi suoi tesori o fissa il vuoto o guarda la tv (una mia idea, il televisore in full hd nell’area coperta della zona piscina, per alimentare la fantasia di Chucky e permettergli di attingere nuovo materiale per le nostre conversazioni).

L’ho trovato in strada cinque anni fa, poco lontano da qui, durante un giro nella Rolls-Royce Silver Spirit con Ambrogio. Trascinava una cassettiera parecchio pesante. Era tutto sudato e respirava male mentre tentava di portarla chissà dove, la tirava approfittando di un cassetto mancante ma quella si muoveva di pochi centimetri a ogni strattone. Ordinai ad Ambrogio di accostare accanto al pazzo mentre già pensavo che sarebbe stato curioso portarmelo a casa e farlo pascolare per la collina. Il perché del nome è presto detto. Dunque, Ambrogio accostò accanto a questo assurdo clochard che armeggiava e sbuffava e respirava male e ogni tanto beveva da una bottiglia di vino pescata dal carrello della spesa pieno di coperte e altra robaccia, che pure si portava dietro. Vedendo la Rolls-Royce che gli si era fermata vicino, il vecchio restò imbambolato e cercava di scrutare nell’abitacolo, attraverso i vetri oscurati. Aveva gli occhi di fuori per la fatica. Aprii il finestrino.

«Come ti chiami, giovanotto?», gli chiesi.

Mi rispose vomitandosi addosso: due lunghi rutti che articolavano, rispettivamente, i fonemi “Ciuahhh” e “Ghishhh”, per cui, mentre il disgraziato in stato confusionale rigettava sull’asfalto il vinaccio da due soldi e alcuni pezzetti di roba mezzo digerita che sembravano pane, carne e, forse, patatine fritte, decisi di chiamarlo “Chucky”.

«Io lo so dove puoi mettere quella roba», continuai, indicando carrello e cassettiera, «se aspetti un po’, ti ci porto», e intanto dicevo ad Ambrogio di trovarmi un traslocatore nei dintorni, che venisse con un furgoncino per caricarci il mio nuovo amico e le sue nobili cose.

Chucky, con la barba sporca di feccia, sembrava assente, come se si fosse spento. Stava lì impalato e rimase così fin quando non arrivò il traslocatore, col quale non avevo voglia di parlare. Mentre il furgoncino si avvicinava, alzai il finestrino oscurato e lasciai che Ambrogio sbrigasse il resto della faccenda. Il traslocatore era un panzone con una salopette e dei baffoni da povero; sembrava forzuto e disposto, dietro profusione della generosa mancia che già Ambrogio gli aveva consegnato, a caricare tanto il mobile quanto il suo proprietario. Mentre Ambrogio parlava col traslocatore, Chucky non aveva fatto una piega, continuando a tenere la testa reclinata e lo sguardo fisso. Un filo di bava vomitosa si era allungato per qualche centimetro e gli penzolava dalla bocca, non decidendosi né a staccarsi né a spiaccicarglisi sulla barba, una buona volta. Il traslocatore lo guardò per un paio di secondi con le mani sui fianchi, quasi a valutarne il peso. Poi decise di passare all’azione, a cominciare dalla cassettiera, prendendo un carrellino trasportatore dal retro del furgone e infilandone l’estremità piatta sotto il mobile, per poterlo sollevare con più facilità. Ci pensò su un attimo e decise di avvicinarsi a Chucky, che nel frattempo, sentendolo armeggiare con la cassettiera, si era voltato verso di lui. Osservavo la scena con curiosità da dietro il vetro oscurato della Rolls-Royce. Appena l’energumeno gli poggiò una mano sulla spalla per provare, con le buone, a farlo salire sul furgone, Chucky si animò come un pupazzo a molla e gli morse un orecchio, che cominciò a sanguinare; poi, mentre l’avversario, incredulo, si portava una mano alla ferita, gli sgusciò dietro con un’agilità insospettabile e gli saltò al collo, appendendosi con tutto il peso per cercare di strozzarlo e, nel frattempo, urlando come un maiale condotto al macello. Il traslocatore, col lobo penzolante e sangue su tutto il lato destro del viso e del collo, riuscì a spezzare la presa del vecchio, si girò di scatto e gli mollò un pugno in piena faccia. Chucky andò giù come un birillo.

«Dovrebbe sbrigarsi, signore», gli fece Ambrogio che, per tutto il tempo, era rimasto a guardare impassibile, dalla postazione di guida, «la ‘manovra’ ha destato la curiosità di qualche passante».

Anche nelle situazioni più surreali il mio maggiordomo non abbandona mai uno stile conversativo alto-formale, è una prerogativa obbligatoria e imprescindibile. Comunque aveva ragione: diversi passanti si erano fermati, a distanza di sicurezza, per osservare la scena, qualcuno stava riprendendo col cellulare o scattava foto. Chucky non dava segni di vita. Il traslocatore lo tirò su e lo scaraventò nel furgone, poi ci ficcò dentro il carrello e la cassettiera. Infine, chiuse le portiere e si mise al volante, ancora sanguinando, e lo scortammo fino alla villa.

Chucky ha libero accesso alla collina, può andare e venire come gli pare. I sorveglianti lo fanno uscire dai cancelli principali e talvolta lo aiutano a portare dentro la roba pesante con cui si ripresenta. Sta via anche per alcuni giorni, credo intraprenda vere e proprie battute di caccia finalizzate a scovare rifiuti che nella sua testa bacata corrispondono a reperti preziosissimi; poi ritorna. Una volta l’ho visto dai monitor manifestarsi con un immane Cristo crocifisso di legno a grandezza naturale, trascinato a spalla. Gliel’ho lasciato tenere, è esente dal repulisti periodico. È stato fissato a una parete dell’area riparata e ci giudica tutti da lì. Chucky era così grottesco mentre sbuffava sotto il figlio dell’uomo che sono rimasto incantato a guardare, mentre comunicavo via radio ai sorveglianti di non azzardarsi ad aiutarlo: non capita tutti i giorni di assistere a una Passione, nonostante la via crucis fossero un marciapiede e poi il vialone asfaltato della collina e il Golgota una piscina vuota e piena di immondizie.

Nonostante, tecnicamente, per portarlo qui lo abbiamo rapito, fin da quando è stato scaricato nell’area piscina da un traslocatore emorragico dai modi ormai tutt’altro che gentili, non sembra aver serbato rancore; d’altro canto il suo stile di vita ha registrato un netto miglioramento quanto a location, cibo e alcolici. Quando il tizio in salopette ha aperto gli sportelli posteriori del furgoncino e, dopo qualche secondo di esitazione, è infine saltato su per scaricare carrello e cassettiera, Chucky sembrava del tutto calmo: si è limitato ad affacciarsi e a scendere, dimenticandosi perfino della sua roba e guardandosi intorno con curiosità. Poi si è seduto sul bordo della piscina vuota e ha aspettato.

Lo trovo nella stessa posa adesso: seduto sul bordo, fa penzolare le gambette secche quasi quanto le mie, lo sguardo perso nel vuoto. Ogni volta che lo vedo penso all’autocombustione. Un tempo si credeva che fosse molto facile, per gli ubriaconi come lui, prendere fuoco spontaneamente e bruciare per colpa di una fiamma azzurrina e alcolica che poteva uscire loro di bocca in qualunque momento. Ci sono innumerevoli storie a proposito di beoni che tirano le cuoia così. Guardo Chucky seduto con lo sguardo perso e mi ricordo l’episodio riguardante il curato di un villaggio norvegese del primo Cinquecento, tal Gampe-Saevrei. Il povero parroco, officiata la messa, notò sul prato della chiesa un tizio svenuto per le bevute, con la famigerata fiamma azzurra che gli usciva di bocca e lo stava divorando dall’interno, senza peraltro che il disgraziato se ne accorgesse. Essendo altruista e desideroso di salvare, oltre che l’anima, quando necessario anche la vita delle pecorelle del suo gregge, non avendo idee migliori e trovandosi in una situazione tanto grave, pensò bene estinguere il falò pisciando nella bocca aperta e fiammeggiante dell’ubriacone addormentato. Al che quest’ultimo si svegliò e dovette restarci parecchio male e insieme a lui anche gli altri fedeli vedendo il loro confessore che, dopo la predica, riempiva di piscio la bocca di un parrocchiano e non cogliendo la carità insita nel bizzarro gesto. Gampe-Saevrei dovette fuggire e riuscì a raggiungere una barchetta a remi; i fedeli, tuttavia, non demorsero: dopo averlo inseguito con altre tre barche, riuscirono a prenderlo e lo bastonarono a morte utilizzando un candelabro rubato dall’altare della chiesa. Ogni volta, dicevo, che vado a trovare Chucky, anzitutto mi piacerebbe che prendesse fuoco e inverasse questa bellissima leggenda, purtroppo senza alcun fondamento scientifico.

La mattina è luminosa e tiepida, così Chucky se ne sta a bivaccare all’esterno. Nella piscina, in mezzo alle immondizie e alla robaccia, c’è la tenda da campeggio per otto persone, multiaccessoriata, che gli ordinai su Amazon il giorno del suo arrivo. Ci dorme dentro d’inverno, è piena di piumoni che a ogni ripulitura faccio sostituire, perché Chucky li sporca e dopo un po’ mi fa schifo pensare che sono lì. Lui, invece, è necessario che non venga ripulito, altrimenti se ne tradirebbe la natura di barbone. Oltre alla tenda ha a disposizione un’ampia zona coperta per ripararsi se piove, cibo a volontà (la governante in persona gli porta cinque pasti al giorno), una scorta di alcolici di ottima qualità e può guardare la tv. In particolare, dalla televisione è diventato dipendente e ciò a svantaggio della sua schizofrenia portentosa. L’esposizione costante alla programmazione satellitare deve aver generato o aggravato una tendenza alle personalità multiple, cosicché ogni volta che vado a trovarlo ho davanti un personaggio: di fatto, finora Chucky non ha mai mostrato di essere davvero qualcuno, non mi ha mai parlato di , limitandosi a immedesimarsi nel qualcuno che gli è rimasto impresso più di recente per un motivo o per l’altro. A volte il qualcuno è nuovo, altre volte ne tira fuori uno già utilizzato.

Passando con la carrozzina, noto che lo schermo è sintonizzato su History Channel. Mi fermo sul bordo della piscina opposto rispetto a quello dov’è seduto lui.

«Hola, Chuck. Ti trovo bene».

«La battaglia di Waterloo è perduta. Mi consegno a voi, capitano, disponete di me a piacimento, mi dichiaro vostro prigioniero», mi fa con quella voce gracchiante da senzatetto.

Crede di essere Napoleone, naturalmente. Vecchio pazzo.

«Maestà», gli rispondo, «avrò il piacere di scortarvi in una bella tenuta a voi riservata, nella paradisiaca isola di Sant’Elena».

«Va bene», risponde Napoleone.

«Un “così sia” sarebbe stato più opportuno, maestà», ribatto.

Credo di aver fatto del bene a Chucky, tutto sommato. Ci penso, mentre gli descrivo l’isola dove morirà in esilio e a lui si illuminano gli occhi. Sì, secondo me gli ho fatto del bene, in qualche modo è un mio amico. Anche Ambrogio è un mio amico.

(Foto)

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