di Antonio Potenza
Avevo dodici anni. Ho salutato Ilaria sotto il sole di mezzogiorno e mi sono gettato nell’acqua bassa con un tuffo allungato. Ho scorto una grossa ferita rossastra nel fondale azzurro: esalava bolle calde e lingue d’acqua tiepida; dal centro filtrava una luce bluastra. È stato allora che ho pinneggiato verso l’abisso, e nonostante la pressione sui polmoni sono riuscito a toccare lo squarcio che, a quel punto, mi ha investito di bollicine.
Risalgo in superficie. Nelle orecchie un fischio roco, una specie di graffio discontinuo. Esco dall’acqua e cammino verso il bagnasciuga. La ferita è alle mie spalle, la riguardo solo una volta fermo. Nel gioco dei flutti si riflette il mio volto: ho ventidue anni.
Ilaria, da sola al centro del vasto arenile, mi osserva. Alle sue spalle il cielo lentamente annotta e i pini marittimi pian piano scuriscono.
Il suo corpo è diverso. Con le braccia slanciate indietro e le gambe socchiuse, inclina la testa sulla spalla destra. Ha le guance pizzicate da macchie rosee, i capelli bagnati attaccati al volto. Le gambe sono più tornite, il seno è sferico e maturo. Mentre mi avvicino a lei, sfila una sigaretta da un pacchetto. Fruga nella borsa, prende un accendino e lo fa scattare. Si snoda un drago di fumo.
Mi volto verso il mare ancora venato da fiamme di luce, cerco qualcosa che mi riconduca a quella bocca di magma. Dalla superficie niente suggerisce che ciò che ho visto fosse vero. Come potrebbero gli abissi comunicare oltre con me, fino alla terraferma? La risacca mi bagna i piedi, mi osservo riflesso sulle onde. Barba ispida, capelli arretrati; la muscolatura è più solida, lo stomaco appena gonfio. Due braccia affusolate, ricoperte da una peluria dorata, sottilissima, mi circondano il petto: sento la testa di Ilaria tra le scapole.
Com’è andata l’immersione? Chiede.
Dove sono i nostri genitori? Rispondo.
Durante la notte non riesco a trovare pace nel letto che divido con Ilaria. Siamo a casa sua, ho chiamato i miei genitori e ho chiesto di rimanere qui a dormire e con sorpresa hanno accettato. La madre e il padre di Ilaria (che ho ritrovato intristiti e stanchi) dormono al piano terra.
A letto Ilaria mi racconta ciò che è avvenuto prima del tuffo. Fatti che io avrei dovuto aver vissuto, ma non ricordo. Il sonno non arriva perché, negli intermezzi di silenzio, avverto un piccolo fischio vibrante. Ilaria smette di parlare, guarda il soffitto in maniera insistente. Nelle orecchie continuo a percepire come un brusio lontano. Poi si volta verso di me e poggia la testa sul mio petto, concretizzando di fatto tutte le fantasie romantiche elucubrate ieri e che oggi sono qua, nel presente. Qualcosa si muove nel basso del mio corpo, una specie di contentezza fisica. Il sonno non arriva. I miei pensieri sono più complessi ora, si slacciano e si ricompongono con facilità. Aprono numerose immagini in maniera simultanea: così, passo dal fantasticare Ilaria che mi stringe il pene a mio padre, al suo volto incartapecorito. Il pensiero segue l’andirivieni della risacca. Si apre qui, l’abisso: al centro del soffitto. Un soffio di bolle mi inonda mentre sono disteso. Dapprima caldo, poi rovente, riesce a staccarmi la pelle che ora galleggia a brandelli nell’aria della stanza, come alghe sull’azzurro del mare. Mi sveglio di colpo. Il brillio marino dell’alba filtra tra le imposte. Mi vesto in silenzio e vado via.
Non lo vedete? Ho solo dodici anni. Mi infilo in casa e come se niente fosse mio padre ritorna a fissare il televisore; mia madre è al tavolo, curva, a cucire. La luce dell’esterno arriva in maniera discontinua e la chiarezza dei loro volti è disturbata.
Mi chiedono com’è andata questa notte a casa di Ilaria. Rispondo: Bene; intanto mi aggiro per casa: sembra uguale a ieri. Volteggio attorno ai miei genitori. Assorbo le differenze del tempo sulla loro pelle: le guance scalate di papà, le labbra stanche di mamma, con quei suoi occhi gonfi. I capelli sono d’argento.
Mamma mi chiede quando faremo un bambino.
Un bambino? A dodici anni? Siete matti!, dico. Siete matti! Ho dodici anni!, continuo. Che espressione dovrò avere gridando ai miei genitori una cosa del genere? Eppure è vero. Loro sorridono. Sono il solito burlone, il giovincello, quello dall’animo frivolo che ha sempre voglia di scherzare, a trentadue anni.
Quanto avete detto?
Trentadue, figliolo.
Corro in camera, quella che ha assistito alla mia crescita e incubato la metamorfosi del mio corpo. C’è un lungo specchio dalla cornice rossa. Il mio viso è cambiato, di nuovo. La barba è più lunga, i capelli più radi, le spalle sono leggermente incurvate. I vestiti mi vanno stretti. Li levo e guardo con attenzione ciò che in appena settantadue ore si è più volte trasformato: il mio corpo. Nell’armadio ci sono vestiti della mia misura.
Mi vesto, voglio uscire.
Dove vai?, chiedono. La porta si chiude alle spalle, le loro voci si spezzano sull’uscio e il rumore nelle orecchie cresce man mano che la mia corsa si fa più sostenuta. Attraverso il paese fino alla piazza principale. Lì, sul sagrato della chiesa, incontro Rachela, la perpetua del santuario. Conosce tutti, la conosciamo tutti. Mi guarda e mi saluta, lo fa con lentezza. È una fiera stanca, senza denti, con il mento rugoso alla fine di un collo molle. Si aiuta con un bastone, lo usa stringendo tra le dita un rosario dalle perle sfregiate. Una tartaruga senza guscio, ecco come mi appare. Io e Rachela non siamo più il bambino e la donna timorosa di Dio sul sagrato di una chiesa barocca. Siamo un adulto e un’anziana signora stanca di vivere. La saluto accarezzandole la guancia. Sorride ed entra nella bocca scura dell’edificio.
Dai gradini del sagrato guardo, seduto, la piazza: il paese non è cambiato: le antenne storte sui tetti, le macchie oblunghe di muffa, i portoni di legno, le panchine arrugginite, gli alberi svigoriti dal cemento: immutabile, si lascia attraversare senza che il nostro passaggio abbia una conseguenza, il paese.
Mi alzo, mi coglie un vertiginoso mal di mare. Nelle orecchie fischia una risacca non più così lontana, mi pare di sentire sillabare il mio nome. Se qualcuno mi sta davvero chiamando, sta alle mie spalle: mi volto. Sul fondo scuro della chiesa brilla un lumino. Cado di lato e quello si spegne. Parallelo al gradino, da un orecchio sento il freddo della pietra, dall’altro il respiro del mare. Chiudo gli occhi.
È il mio corpo a destarsi per primo. Avverto torpore e stanchezza negli arti. Apro gli occhi: un abbaglio di luce mi avvolge, poi le cose iniziano a prendere forma. Sono disteso sul retro di un’auto che non conosco. Dal finestrino leggermente aperto avverto l’odore delle stoppie. Al posto del guidatore c’è un trentenne che non credo di aver mai visto. Provo a parlare. Bocca di vecchio, carnalmente stanca. Ilaria, dico. Lui risponde, come stufato, che mamma non c’è più. Ritorno a guardarlo. Ha dei tratti familiari: le sopracciglia folte, cicatrici di acne sulla parte alta delle guance, orecchie accartocciate alla sommità, un velo di barba. Che nome ha mio figlio?
Il sole batte sul cruscotto. Qualche raggio, filtrato dalla sua testa dondolante, arriva fino ai sedili posteriori, sulla mia guancia destra, l’unica libera. L’altra riesco ad attaccarla con fatica al vetro freddo. La mia pelle è così sottile che sembra non esistere. Le campagne mi sfilano davanti e io sono troppo lento perché riesca a definirne i dettagli.
Non è possibile avere dodici anni e sentirsi così deboli, dico sul limitare del litorale dove io e mio figlio guardiamo il mare.
Lo dici da cinquant’anni.
Ma è vero.
Ne hai ottantadue, papà.
Da lontano il movimento delle onde si addensa fino a sembrare fermo. Tra le creste più scure improvvisamente balugina una luce rossastra.
La ferita!, grido.
Mi sbraccio e mi lascio cadere in basso dove la sabbia ammortizza il mio peso esiguo. Finisco con la faccia nella rena, sento le urla di mio figlio. Ci metto un po’, sbuffo dal naso granelli dorati, mi alzo sui palmi, barcollo, riparto verso il mare. Gradualmente la voce di mio figlio si assottiglia, si allontana e lascia il posto al rombare delle onde che, nonostante i grugniti di spuma, mi accolgono con morbidezza; si lasciano trapassare dal mio corpo stanco per un attimo rinvigorito dal freddo dei flutti. Corro come sulla luna finché posso, poi mi lascio gravitare, nuoto fino a raggiungere il punto in cui le luci rosse del fondo lampeggiano sulla superficie dondolante. Guardo il puntino scuro (mio figlio) che arranca sulla sabbia, prendo un ultimo respiro e mi immergo.
Lo squarcio è lì, sul fondo, che suppura materia bollicinosa. Mi inabisso, l’ossigeno è poco, esplodono i polmoni. Riposato, mi do in pasto alla ferita.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
