Storiette e storiette calzabili

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di Simone di Biasio

Da ragazzino, credo in seconda liceo, era esplosa la moda delle “Total 90”, modello di scarpe Nike che andavano bene su un campo di calcetto, invece si presero la strada, i nostri piedi. Alla fine – spoiler – arrivai in classe con un paio di scarpe da ginnastica cinesi (in questo, per la verità, come le Nike), riproduzione ridicola delle originali. Ma mio padre il giorno prima s’era ingegnato perché aveva visto stampata sul mio volto l’espressione col sorriso ebete di chi non vuole deludere il genitore del regalo, ma nemmeno vuole quelle scarpe, ma voleva QUELLE scarpe, non la copia sgualdrina.

Insomma mio padre s’era ingegnato: intuendo che la forma grafica del marchio differiva poco dall’originale, soprattutto perché per difetto, poteva aggiungere per eccesso, con un semplice pennarello nero made in italy, la parte mancante del famoso “baffo” Nike, rendendolo perciò più aderente all’originale, più plausibile, più vero-simile.

La mattina a scuola mi presentai più o meno fiero con quelle scarpe e ricordo la corsa del mio compagno, di quelli sempre alla moda e che piacciono a tutte le più belle dell’istituto e a cui volevo però bene, sulle mie calzature. Si abbassò a guardarle e io lo allontanai, scalciai il suo occhio indagatore. “Sono quelle, anche se non sono quelle”. Le Total 90 dopo pochi giorni sparirono alla vista. Forse i miei le avevano pagate all’ingrosso quanto le scarpe Lidl. È che ogni tanto bisogna correre verso il nuovo. Che non si può comprare, ma si può tenere nella scarpiera per qualche giorno.

Le scarpe Lidl andate a ruba l’altro giorno le avevo viste per la prima volta questa estate, ma sembravano innocue. Solo una pubblicità, altrove. Solo un fake, magari. Ma il fake diventa irrimediabilmente reale: possiamo comprare anche noi il fake, indossare il fake, condividere il fake. E lo abbiamo prodotto noi, credendogli. Sarebbero presumibilmente andate a ruba anche ad un prezzo doppio, poniamo a 24,99 €. (Peraltro stamane scopro alla Conad che dal primo gennaio 2018, ai sensi del decreto legge 50/2017, le monete da 1 e 2 cents in Italia non vengono più coniate e per questo il supermercato arrotonda, in caso di pagamento in contanti, per eccesso o per difetto – come fece mio padre – al multiplo di 5 cents più vicino.) Vabbe’, le scarpe Lidl costano tondi 13 euro.

Ma il punto è sempre un altro, e quando il punto è un altro si allontana, sfugge, sorvola. Nessuno aveva bisogno di un paio di scarpe in più. Nessuno aveva bisogno di un nuovo marchio di scarpe. Da domani, poniamo, H&M produrrà sottaceti col suo marchio in vendita promozionale a 0,99€. Zara venderà rose che sui petali esterni recheranno il suo stesso brand: un mazzo da 13 rose Zara a soli 9,90€. San valentino improvviso. Amori sbocciati dalla notte al giorno, file per evitare seccature, vegetali e sentimentali.

A me le scarpe Lidl fanno venire in mente la carta igienica blu Ikea. Un fenomeno differente, nessuna offerta speciale, nessun pacco convenienza da 50 rotoli a 3,99€. Forse c’è l’odore del nuovo che le scarpe hanno di serie, come quando aprivamo il finestrino posteriore dell’auto di papà per sentire l’afrore di benzene e bearcene come gocce di Givenchy. Dicevo: la carta igienica blu Ikea. Blu Ikea. O forse blu petrolio, ma non conta: gli amici mi deridono perché tendo al blu. Ogni colore lo rapporto al blu. Ho comprato all’Ikea un salotto che definivo blu e invece era grigio, pale(tte)semente grigio per tutti, ma non per me.

E anche le scarpe Lidl sono blu: blu vero, più altri inserti gialli e bianchi. La carta igienica blu ti dà l’impressione, quando la posi nel tuo bagno, di avere un intero bagno nuovo perché non c’era mai stata una carta igienica blu prima. Spicca. Si erge ad unico insulso ghinghero della toletta, così standardamente borghese. Invece così quella carta igienica blu signoreggia, entra in scena, si prende la sua rivincita. Spicca, spacca, spocchia. Lo specchio riflette: cos’è quest’azzurra cellulosa? Borghese sarai tu, coprirotolo cinese o finemente ricamato a mano, asta che servi solo a srotolare il rotolo.

Diventa borghese piuttosto la tazza, così uguale per tutti, da troppi anni. Sanitari, li chiamano, come le scarpe brutte ma comode nelle vetrine delle parafarmacie. La carta igienica blu: la regina. No, non Regina, che restano the king. Blu impera su tavolo da bagno. Lidl stempera le nostre scarperìe, le nostre strambe sciccherie. “Uscire con l’abito nero, sciccherie / Mentre metto cose per sembrare come quelle un po’ più fighe”, canta Madame.

Finalmente oggi ripesco dalla libreria un albo su cui da tempo volevo scrivere. Ora, dopo le scarpe Lidl. “Il vermetto nero nero” di Luigi Malerba, una delle “Storiette e storiette tascabili” dello scrittore di “Itaca per sempre”. Il suo testo prende forma nelle illustrazioni di Rosa Lombardo. È una storia breve e semplice: un vermetto di campagna lungo e nero decide di giocare uno scherzo al contadino del podere in cui vive per vendicarsi del fatto che quasi tutti gli uomini schifano i vermi come lui. Così di notte striscia fino alla camera del contadino, s’infila sotto al letto in cui sono le sue scarpe, sfila uno dei lacci e va a incrociarsi lui stesso nei buchi. Sperava che al mattino, svegliandosi e allacciando le sue calzature, avrebbe provato ribrezzo a toccare un verme al posto dei lacci.

Ma il contadino non se ne avvede, si leva troppo presto per dirsi realmente sveglio. Lavora tutto il giorno, come sempre, e tutto il giorno il verme rimane annodato alla sua scarpa. Quando la sera l’uomo se le sfila, finalmente il verme si libera, ma è a pezzi, a malapena riesce a strisciare dalla casa alla sua terra. Il racconto dice che ci ha impiegato tre giorni prima di riprendersi da quel “mal di schiena”. Non lo farà mai più. Forse. Non correremo mai più alla Lidl, forse.

Prendiamo questa storia come la parte per il tutto, il laccio per la scarpa, dunque il verme per la scarpa. Metonimia Lidl, discount di sineddoche. La scarpa del supermercato voleva vendicarsi del ribrezzo che gli uomini provano per il marchio, per il sottocosto, per lo stravagante. E così il contadino, l’uomo, la donna, la casalinga, la fescionblo’, la nonna, la mamma, la maestra, tutti (ma nessuno a lavorare?) sono corsi ad indossarle lo stesso, senza accorgersi della differenza tra il laccio vero e il laccio verme, tra l’originale e il farlocco – sebbene il marchio Lidl sia, di per sé, originale. La scarpa Lidl allora, accorgendosi che nessuno s’avvede della sua presenza, si sfilerà presto da sola, correrà via verso l’oblio, verso il podere d’acquisto che richiamerà a sé tutti i vermi, tutte le cose velocemente programmate per l’obsolescenza. E sarà solo un’altra storietta calzabile di malerbiana memoria, tra le nostre storiette troppo umane. Sull’ultima pagina dell’albo di Malerba è scritto: “Ogni riferimento a vermetti presunti o realmente esistenti è puramente casuale”. Lidl ha aggiunto una paginetta al nostro albo del giorno dopo.

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