Gianni_Brera

Stili di gioco: Brera spiegato al popolo

Con questo articolo su Gianni Brera si conclude su minima & moralia la rubrica «Stili di gioco» di Daniele Manusia. I lettori potranno ritrovarla prossimamente su Vice

Anche se si parla di Brera solo per i neologismi e i nomignoli che affibbiava a calciatori e allenatori, e per l’uso del dialetto in pezzi di cronaca sportiva, ancora oggi, a quasi vent’anni esatti dalla sua morte, è ai suoi articoli che torno quando mi chiedo come è giusto scrivere di calcio.

Tra sessant’anni qualcuno avrà interesse a farsi la tessera della biblioteca e leggersi, in sala emeroteca, la prima pagina della Gazzetta dello Sport il giorno dopo la finale di Champions League, con quel titolo senza senso Drogba d’Europa? Mettiamo anche che ci sarà un’applicazione per questo, qualcuno scaricherà il pezzo di Paolo Condò sulla finale? Eppure, se leggo la cronaca di Brera di un derby Inter-Milan del lontano ’49 (mio padre aveva 8 anni) finito 6-5 (ripubblicato nella raccolta Il più bel gioco del mondo, come gli altri pezzi che citerò), non solo riesco a capire cosa è successo, arrivando a farmi un’idea di giocatori che non ho mai visto in azione, ma la trovo una lettura interessante. D’altra parte le tematiche di fondo sono le stesse di adesso, gioco orizzontale vs. verticale, sistemi difensivi vs. offensivi e l’analisi di quell’Inter-Milan potrebbe andar bene anche per Chelsea-Barcellona.

“E questo è il lato paradossale del derby ambrosiano: che il Milan ha quasi costantemente fatto gioco e l’Inter ha vinto. Ma si spiega, appunto, per fil di logica: in quanto il Milan, per l’antiquata impostazione tecnica del suo trio di centro, ha scatenato offensive praticando il non mai abbastanza deprecato gioco orizzontale (arresto, dribbling e passaggi brevi, quasi sempre di lato)”.

“Ma proprio qui, in questo suo ritorno rabbioso l’Inter ha dimostrato di possedere pur sempre il temperamento della grande squadra: nell’instancabile azione d’un Achilli trasfigurato quasi dalla lotta, nel coraggio di Franzosi, nell’esaltante slancio di Giovannini, nel lavoro disordinato, a volte indisponente ma spesso efficace di Lorenzi, nella bravura e nella grinta di un Amadei rinnovato dall’orgoglio, nella sempre temibile irruenza di Nyers, nel tecnico fraseggiare di Wilkes, molto prezioso lui pure, e però capace sempre di alleggerire, con un dribbling intelligente, il durissimo lavoro delle linee di retrovia.”

(Provate, per gioco, a sostituire Achilli con Meireles, Franzosi con Ashley Cole, Giovannini con Ramires, Amadei con Lampard, Nyers con Drogba e Wilkes con Mata…)

“A questi uomini il Milan ha opposto quella che, ore rotundo, va chiamata una squadra: non più, purtroppo, la sbrigativa compagine che sospingevano un tempo i lanci ariosi di Annovazzi e Tognon, che imbrigliava lo stesso grande Torino nel suo gioco volante e spericolato, bensì un undici che dalla sua forza medesima, dal quasi perfetto insieme dell’attacco trae motivi di grave squilibrio per la difesa: una squadra, insomma, che per segnare ha sempre bisogno di giocar a modino, in bellezza sempre.”

Quello che invidio ai pezzi di Brera, tutti, è l’equilibrio perfetto tra la parte di informazioni necessarie da dare e la sua personale rappresentazione di una partita di calcio come battaglia di idee. Critico sportivo militante, in un’epoca in cui i giudizi dei giornalisti potevano influenzare le scelte degli allenatori (in questo senso si trattava di una cosa più simile alla critica d’arte che alla letteratura), a Brera non sfuggiva mai la battaglia tattica dietro il conflitto muscolare dei ventidue in campo.

Dai tempi in cui si occupava di atletica si era fatto l’idea che gli italiani partissero svantaggiati dal punto di vista fisico rispetto ai popoli nordeuropei, e che quello di difendersi prudentemente e ripartire in contrattacco fosse l’unico modo per sperare di vincere. Può sembrare assurdo, ma in quegli anni si giocava con un modulo chiamato WM(una specie di 3-4-3 con due terzini larghi, e due ali altissime) che spezzava praticamente in due le squadre lasciando comunque un solo difensore in area di rigore. Fu proprio Brera a contribuire in modo significativo allo sviluppo di un modulo diverso, con un difensore in più senza incombenze di marcatura, chiamando per la prima volta quel difensore aggiuntivo col nome di “libero”.

Il sostegno di Brera al gioco all’italiana, o catenaccio, come lo chiamavano i suoi detrattori in senso dispregiativo, derivava da un’analisi antropologica tanto quanto da una predilezione personale per i temi epici rispetto a quelli della commedia, per le espressioni di virilità sportiva rispetto alla pura tecnica di giocatori come Rivera (da lui ribattezzato “abatino”: “omarino fragile ed elegante, così dotato di stile da apparire manierato e qualche volta finto”). Una cosa a metà, appunto, tra la critica marxista dell’architettura moderna fatta da Argan e le chiacchiere da bar.

Quando nel 1963 Umberto Eco definì il suo stile come “gaddismo spiegato al popolo”, Brera non la prese bene. Il paragone di Eco era superficiale, basato in sostanza sull’uso di neologismi e dialetto, e Brera ci tenne a mettere i puntini sulle i. “Il misogino Gadda non ha molto da raccontare e intarsia anche le cacatielle delle galline (…) Neanche per la lancia di Achille dalla lunga ombra ha fatto spreco di così solenni espressioni Omero: ma proprio quando ha luogo il ciak della stercatina sul pavimento, Carletto Emilio ti frega, e il dottor Ingravallo dice mannaggia (o si china il carabbunié e si ode come un pezzo di tela vecchia che si strappa dall’ordito)”.

La critica di Brera può non essere condivisibile (di certo gli sfugge l’intento parodico del Pasticciaccio), ma non è campata in aria: sta dicendo che Gadda fa un uso sperimentale della lingua italiana fine a sé stesso.

“Carletto Emilio è uscito col Pasticciaccio quando el Gioânn scriveva cronacazze muscolari da venti anni. El por Gioânn non ha mai preteso di fare letteratura. Se ha dovuto inventarsi un linguaggio, non già una lingua (scherzèm minga), lo ha fatto perché non esisteva. A scrivere di sport erano letterati minori, senza gran nerbo, o tecnici di sport che non sapevano di letteratura. I pirletta sghignettavano molto leggendo neologismi ad ogni pezzo: ma se non esistevano i termini?”.

O ancora: “In Italia si scrive di tutto con disinvoltura unica: nel calcio abbiamo perso quindici anni per colpa degli scriventi bene e non pensanti affatto”.

In un pezzo autobiografico del 1978: Interpretazione critica di una partita di calcio, ricordando i suoi inizi (fu chiamato a dirigerela Gazzetta a soli 26 anni) Brera dice: “Occuparsi di tattiche, in Italia, divenne presto uno sfizio colpevole. I vecchi colleghi irridevano al pivello che io ero, così pretenzioso ai loro occhi da voler scoprire un calcio assolutamente irreale, anzi cervellotico. (…) Passai travagliatissimi giorni, com’è facile immaginare, e intanto dovevo farmi un linguaggio, e con il linguaggio, non facile da escogitare e sopratutto da far accettare, un convincente metodo critico”.

Gadda, semplicemente, non c’entrava niente. I neologismi di Brera (“libero”, “centrocampista”, “cursore”, “incornata”, “forcing” o “melina”) erano funzionali allo scopo di raccontare una partita di calcio. Come Adamo nel giardino dell’Eden, Brera dà i nomi alle cose. In modo letterario, certo, non puramente tecnico, per un pubblico che nella maggior parte dei casi non aveva neanche guardato la partita in tv, e che andava intrattenuto.

L’epica era una scelta di gusto (anch’io, in sostanza, vi sto chiedendo di fidarvi del mio gusto, con metafore bibliche o anche solo scegliendo di parlare di Brera) che gli serviva per tradurre in qualche modo la fatica fisica provata dagli atleti e forse anche dagli spettatori. La tattica era lo strumento con il quale prendeva le distanze dagli uomini, con cui passava dal “muscolo” alle idee.

Brera aveva un’idea completa e complessa sia del calcio che della critica calcistica, come culturalmente rilevante. Se in Italia si parla di calcio con troppa disinvoltura a mio avviso è indizio di una valutazione di tipo opposto. Un cattivo giornalismo sportivo significa che in realtà noi non amiamo il calcio (ci piace giocarlo, guardarlo, parlarne, saperne qualcosa, ma non ci pensiamo veramente, forse sotto sotto pensiamo sia addirittura immorale, con tutti quei soldi immeritati), indipendentemente dal numero di pagine che ci si scrivono sopra. “Io, per me, sarei soddisfattissimo di poter aiutare qualcuno che non sappia a veder meglio e a spiegarsi con sempre maggior agio una partita. Il calcio è il gioco più bello del mondo per tutti quelli che amano il calcio. Purtroppo, o per fortuna, non sempre amare il calcio significa capirlo”.

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
4 Commenti a “Stili di gioco: Brera spiegato al popolo”
  1. girolamo scrive:

    «Il sostegno di Brera al gioco all’italiana, o catenaccio, come lo chiamavano i suoi detrattori in senso dispregiativo, derivava da un’analisi antropologica […]»
    Il guaio è che questa antropologia c’è davvero, ma è una rimasticatura della peggiore antroppologia reazionaria: l’Italia nazione femmina, e dunque il catenaccio passivo come modulo adeguato a un popolo passivo (dunque desideroso, come la “femmina”, del “maschio” che la comandi, ecc. ecc.), secondo una linea che da Guicciardini passa per Mussolini (versione “colta”: Nello Quilici) e, tramite il gaddismo di serie B (quello che fa dire, a chi non ha letto Gadda: «ma quanto è colto, anche se non lo capisco!») alla massa plebea (agli italioti, per dirla con Brera). Basta rivedere le stroncature fisiognomiche di un Franco Causio, cui Brera non ha mai concesso, se non quando prorpio non ha potuto (e ancora ancora…) il riconoscimento di saper giocare da campione qual era, solo per le sue origini salentine.
    Ha inventato una lingua, senz’altro: ma nessuna lingua è innocente, e quella di Brera non può essere assolta solo per conclamata originalità.
    Poi, certo, Brera capiva il calcio come pochi (o forse nessuno, prima e dopo di lui), e questo qualcosa conta (ma conta anche per dire che, a differenza di Gadda che riteneva l’io il più lurido di tutti i pronomi, in bresa si sente sempre un martellante “io-io-io”): ma la sua lingua è quella del razzista della porta accanto, della brava persona che ti porta su la posta e a cui perdoni di votare Lega. E invece servirebbe il contrario: non la benevolenza, ma un’analisi linguistica impietosa dei razzisti del pianerottolo. Soprattuto ora che cambiano pelle.

  2. Daniele Manusia scrive:

    Girolamo grazie per il contributo. Analisi come la tua mi interessano molto e leggerei un saggio di dieci pagine sull’argomento. E sono sostanzialmente d’accordo sulla deriva etnica o fisiognomica che prendevano ogni tanto i giudizi di Brera.
    Io però credo che Brera resti un esempio di multidisciplinarietà applicata al calcio, che il suo impegno per analizzare e capire il calcio fosse sempre lodevole, anche là dove l’impossibilità di comprendere a pieno lo faceva ricorrere al luogo comune e al pregiudizio.
    Parlare di razzismo mi sembra francamente troppo. In molti citano la Lega quando parlano di Brera, ma non vedo francamente cosa c’entra. A meno che non si commetta l’errore di considerare chiunque ami la propria nazione un fascista e chiunque ami la pianura padana un leghista. Non so che posizione avrebbe avuto nei confronti della Bossi-Fini, ad esempio, se Brera fosse stato vivo, e non credo che nessuno possa saperlo.

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  1. […] Era il 1963. Da allora, le cose sono cambiate, e tanto, a partire dalla considerazione di Gianni Brera, riferimento oggi indiscutibile per la scrittura calcistica in Italia, non solo per il […]

  2. […] Brera en “Guerin Sportivo” fue que, si bien tanto él como Gadda habían utilizado el neologismo y el dialecto como recurso, el uso experimental de la lengua por parte de Gadda era el fin en si mismo. En cambio […]



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