Agostino-Di-Bartolomei

Stili di gioco: solo un capitano

La rubrica del lunedì di Daniele Manusia ci racconta la figura di Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma diventato un vero e proprio simbolo dopo la morte, contrapponendola a Francesco TottiQui trovate tutti gli articoli di «Stili di gioco».

A Roma, città-famiglia, ci si riferisce ad Agostino Di Bartolomei, capitano del secondo scudetto e della finale  di Coppa dei Campioni persa all’Olimpico contro il Liverpool, chiamandolo con affetto e tenerezza “Ago” o “Diba” e quando si parla di lui, suicida esattamente dieci anni dopo quella finale, l’emozione è quella che si avrebbe per un fratello maggiore, o un figlio, scomparso troppo presto. La mitizzazione avvenuta dopo la sua morte lo ha trasformato nell’emblema del capitano silenzioso, simbolo di riservatezza contrapposto alla più comune spavalderia romana. Di Bartolomei rappresenta per alcuni, in sostanza,  l’anti-Totti.

Così, quando qualcuno a Roma dice “per me c’è solo un capitano” può alludere tanto a quest’ultimo, quanto al ricordo del caro Ago. Il mio giornalaio, quando ho acquistato una copia del documentario a lui dedicato, 11 Metri, mi ha avvertito: “In bocca al lupo. Io non ce l’ho fatta a finirlo, mi manca l’ultima mezz’ora”.

Eppure, come riportano Bianconi e Salerno nel loro libro L’Ultima Partita, tra il tifo di Roma e Di Bartolomei non fu amore a prima vista. “Credo mi abbia giocato un brutto servizio il fatto che mi piace molto studiare e aggiornarmi, interessarmi di tutto… Mi piace molto anche la letteratura: italiana, russa, romanesca. Sono un cultore appassionato di Trilussa e di Belli, autori di poesie bellissime e tristi al tempo stesso, che hanno il pregio di descrivere con impietosa precisione l’animo del romano. E non è vero che il romano sia un allegrone; è soprattutto triste perché è consapevole della sua decadenza dai tempi in cui dominava il mondo a oggi”.

Non solo il suo carattere introverso fu scambiato per arroganza e il suo gioco troppo compassato interpretato come scarsa attitudine al combattimento, ma i contrasti con l’allora capitano Franco Cordova, anche lui centrocampista centrale, lo portarono a passare un anno in serie B, al Vicenza, per farsi le ossa senza troppe pressioni. A Roma minacciavano lui e il presidente Anzalone per la sua insistenza a farlo giocare, di notte una macchina gli tagliò la strada provando a buttarlo fuori carreggiata e dei tifosi lo picchiarono al ritorno da una partita persa contro la Juve a Torino, in cui lui aveva giocato e Cordova no (e la cosa divertente è che quel Cordova cui una parte di Roma dimostrava di tenere tanto, dopo un paio d’anni si trasformerà nell’emblema del traditore costringendo la società, che aveva deciso di venderlo, a cederlo alla Lazio per ripicca).

Persino durante l’anno di studio di Agostino a Vicenza, un lunedì che era tornato a casa e aveva portato a cena una ragazza, dei rapinatori entrarono nel ristorante e lo ripulirono. In 11 Metri questo episodio viene raccontato come probabile causa scatenante della passione di Di Bartolomei per le armi. Bianconi e Salerno riportano la seguente dichiarazione di Bruno Conti: “Lui era amante delle pistole, aveva il porto d’armi e una la teneva sempre con sé, nel borsello. Il motivo non l’ho mai saputo. Fatto sta che a volte, nello spogliatoio o altrove, la tirava fuori e ce la puntava contro; naturalmente era scarica, ma c’era chi s’arrabbiava”. I due autori ricordano che  molti giocatori giravano armati, per via forse del “clima di quegli anni – coi sequestri di persona, il terrorismo, una generale insicurezza che si respirava soprattutto negli ambienti ricchi e altolocati”.

Quanto è lontana la Roma degli anni Settanta da quella a cavallo del secolo, e quanto è lontano Di Bartolomei, e il senso di decadenza storica di cui parla, da quei romani che si tatuano colossei e gladiatori (Totti ne ha uno anche sulla fascetta da capitano), dalla retorica imperiale riattualizzata in quel “The King of Rome Is Not Dead” che è diventato lo slogan di Totti? La biografia sul sito francescototti.com è divisa in capitoli come: “L’uomo che diverrà leggenda”; “Indomito condottiero”, “Per la Gloria di Roma” e la sua nascita è descritta con l’enfasi degna di un profeta nelle sacre scritture: “Anno 1976. La città eterna, culla dell’Impero che dominò il mondo, contempla la nascita di una splendente stella, incarnazione di talento, tenacia e umanità: è Francesco Totti, colui che di Roma diverrà figlio prediletto, simbolo ed eroe”.

E così è stato. Se Roma ha assegnato a Di Bartolomei il ruolo di fratello maggiore tormentato, Totti è stato all’inizio (e in parte resterà per sempre) Il Pupone, il figlio prediletto cui si perdona tutto e da cui, alla soglia dei trent’anni, ci si aspetta quasi che cominci a far miracoli. Per Totti più che di “ottavo Re di Roma” (o nono, decimo, visto a quanti prima di lui è stata assegnata la corona) si dovrebbe parlare di una specie di Papa laico a cui vengono messi in braccio i bambini per strada. Quando Totti, la cui disponibilità nei confronti del popolo romano è una delle qualità più apprezzate, si è presentato alla cena di Natale della squadra lo scorso dicembre, al museo Maxxi, i bambini a caccia di autografi erano tutti intorno a Lamela (forse perché più vicino a loro di età). A sbarrargli la strada fu un disabile e, subito dopo, una di quelle arzille vecchiette romane che di recente finiscono su Youtube. Totti piegato a parlare con uno sconosciuto sulla sedia a rotelle, Totti che cammina sotto braccio con un’anziana uscita di casa in pantofole.

Nonostante gli eccessi in campo (lo sputo a Poulsen, il calcio a Balotelli, le magliette goliardiche “Vi Ho Purgato Ancora”, che potrebbero diffondere l’immagine di una romanità rosicona e strafottente), Totti a modo suo è un ragazzo semplice e persino riservato. Il discorso è complesso e ai romani sembrerò semplicistico quando per riassumere dirò che l’immagine che si ha oggi di Totti è frutto di due influenze: quella mediatica, che qualcuno sostiene essere stata costruita a tavolino nel salotto di Maurizio Costanzo, dei libri di barzellette su Totti e delle pubblicità Vodafone; e quella sportiva, con quel ruolo da parafulmine che la società, la Roma di Sensi, prima ancora della città sempre bisognosa di “condottieri”, gli hanno chiesto di svolgere negli ultimi anni. Anche in questo caso il trattamento riservato ai due capitani è stato diametralmente opposto. A Totti un contratto da venti milioni per cinque stagioni (firmato a 33 anni, con il salvagente di un posto nella dirigenza al termine della carriera), a Di Bartolomei quello che è passato alla storia come l’esilio “nelle nebbie” di Milano.

A causa della sua lentezza (riflesso forse di quella pigrizia che per alcuni – non romani – è atavicamente legata a Roma, e di cui certi romani vanno persino fieri) Liedholm decise di arretrare Di Bartolomei sulla linea dei difensori (non solo per la lentezza, ma anche per avere un uomo in più a centrocampo in fase di possesso palla) e fu lo stesso Di Bartolomei a chiedere all’allenatore svedese di portarlo con sé al Milan l’anno seguente (mesi prima della finale di Coppa Campioni, tra l’altro).  Alla Roma infatti stava per arrivare un altro svedese, Eriksson, portatore di una novità chiamata pressing, per cui la capacità di corsa diventava fondamentale per i giocatori in campo. A Di Bartolomei l’odore della panchina non piaceva; persino alla Salernitana, in serie C1, quando l’allenatore decise di metterlo tra le riserve lui si rifiutò preferendo la tribuna (per la cronaca: dopo poche partite l’allenatore fu esonerato e Di Bartolomei l’anno seguente riportò la Salernitana in B da titolare e capitano). Di Bartolomei sarebbe rimasto a Roma per sempre, certo, ma alle sue condizioni. Anche il suo rapporto coi compagni di squadra non era dei più tranquilli. Non amava Falcao (chissà se davvero perché Falcao non tirò il rigore contro il Liverpool), ma anche per gli altri, una volta andato via, non aveva belle parole: “No, non c’è un compagno cui sia particolarmente legato. Il calcio è spietato, non è tutto oro. Tra noi nasce sempre una forte rivalità, si sviluppa una competitività accesa. Lo so, non è bello, ma è così. Il rovescio della medaglia. In campo tutti uniti, tutti assieme, poi subito contro. I miei amici sono fuori dal calcio. È un bilancio un po’ amaro, ma credo inevitabile, realistico”.

Siamo all’opposto, di nuovo, rispetto a quel Totti che si spende per far venire a Roma i giocatori migliori del panorama calcistico italiano (Buffon su tutti, anche se alla fine non è venuto). Su richiesta della società, che a fronte del sacrificio economico sostenuto per tenerlo da top-player nella sua città, gli ha chiesto di assumere questo ruolo di ambasciatore; un’abitudine, questa di far mandare i messaggini dai giocatori più influenti ai possibili obiettivi di mercato, che si è estesa anche a De Rossi, il cui ruolo nell’arrivo di Borriello non è mai stato nascosto. Calcisticamente parlando Totti ha saputo supplire a una lentezza che nel tempo è andata peggiorando con una non comune abilità nel proteggere la palla e, sopratutto, sviluppando al massimo la sua capacità di pensare più rapidamente degli altri e quella visione di gioco a cui ci si riferisce dicendo che: “ha gli occhi dietro la testa”. La stagione 2011-2012 era cominciata male, col tecnico spagnolo Luis Enrique che sembrava volerlo mettere in panchina e degli iniziali dissapori con la nuova dirigenza. Si può discutere se Luis Enrique, adesso che il posto di Totti in campo non è più in discussione (con le dovute eccezioni dato che si sta parlando di un giocatore di 35 anni, quasi 36), sia sceso a patti con la piazza o meno, le statistiche però sembrano a favore del giocatore.

Con 5 gol, 6 assist, una media di 53.8 passaggi a partita, più alta di quella di qualsiasi altro attaccante in Serie A, 2.9 passaggi chiave a partita (passaggi con cui, cioè, ha mandato al tiro uno dei suoi compagni) e 3.2 tiri a partita, al di là del giudizio di ognuno, è oggettivo che Totti dà un contributo alla partita non indifferente.

Di Bartolomei si troverebbe forse a suo agio in quel ruolo di playmaker lento e tecnico che, paradossalmente, ha fatto tornare di moda proprio la sua nemesi: Carlo Ancelotti, inventandosi un giovanissimo Andrea Pirlo come mediano davanti alla difesa.

Assente nella finale contro il Liverpool, Ancelotti passò, come Di Bartolomei, dalla Roma al Milan ma a differenza di quel Di Bartolomei dipinto in attesa di una telefonata importante dalla Roma o da Berlusconi (diviso tra il proprio centro sportivo nel Cilento e la pulizia della sua collezione di armi), Ancelotti dal Milan ottenne la possibilità di proseguire la carriera come allenatore. Solo di recente la nuova dirigenza giallorossa ha nominato il principale campo di allenamento alla memoria di Di Bartolomei, provando così a colmare un silenzio lungo quasi vent’anni.

Cosa influisce davvero sul destino di un calciatore dopo l’addio al calcio giocato? Se il paragone tra Di Bartolomei e Totti è ingiusto (come in generale è ingiusto paragonare il ricordo affettuoso per una persona scomparsa prematuramente a un uomo in carne e ossa), che tipo di accoglienza avrebbe riservato Roma a quest’ultimo, se avesse deciso di cambiare maglia, se Bianchi avesse convinto Sensi a cederlo, se Totti avesse deciso di seguire le sirene che lo portavano a Madrid e Milano? Sarebbe ancora il-più-forte-giocatore-di-tutta-la-storia-della-Roma?

Al fischio finale di Roma-Milan, campionato 1984-85, girone di ritorno, quando Di Bartolomei tora da nemico nella sua città dopo aver segnato ed esultato all’andata e dopo qualche ruvidezza di troppo con l’amico Bruno Conti (commovente, nel documentario, l’abbraccio fraterno con cui lo cinge da dietro a un certo punto) si scatena una piccola rissa in cui Di Bartolomei viene colpito da un pugno. Bum-Bum-Graziani, come lo ha ribattezzato Galeazzi nel dopo partita, con l’accento di Subiaco e l’aria di uno che si è scrollato facilmente di dosso il peso del rigore decisivo sbagliato contro il Liverpool, rappresenta quella parte di città e di tifo romanista che riteneva giusto aver punito l’ex irrispettoso, quello stesso capitano a cui pochi mesi prima avevano dedicato lo striscione forse più bello di sempre: “Ti hanno tolto la tua Roma ma non la tua curva”. Come se il debito di riconoscenza dell’uomo nei confronti della città debba essere maggiore di quello della città nei confronti dell’uomo. Di Bartolomei, allo stesso microfono a cui Graziani rideva con sguardo bovino, dirà: “Sono un uomo tranquillo, e un bravo ragazzo”, ma l’atteggiamento di inquietudine generale nei suoi confronti sembrava essere più simile al giudizio che Sorrentino, ne L’Uomo in Più, fa esprimere al presidente della squadra di calcio che di rifiuta di far lavorare il protagonista (delineato proprio sulla figura di Di Bartolomei): “Il calcio è un gioco, e tu fondamentalmente sei un uomo triste”. Al personaggio di Sorrentino, però, manca la profondità di Di Bartolomei, quell’elemento perturbante che, se da un lato porta i suoi stessi figli a chiamarlo “Ago” invece di papà, renderà indelebile la memoria del suo sguardo. Manca, in breve, il dolore di un uomo lontano dal sentirsi realizzato. Nella parte del libro in cui Bianconi e Salerno raccontano l’anno dello scudetto Di Bartolomei si esprime così: “C’è sempre un dubbio per un uomo di buon senso. Io ho avuto sempre il dubbio e, credetemi, soltanto oggi, quando l’arbitro ha fischiato, mi sono sentito fuori da un incubo”. Quando gli chiedono se per incubo intendesse il testa a testa con la Juventus lui specifica: “No, non soltanto quello, ma la paura di non farcela”.

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
6 Commenti a “Stili di gioco: solo un capitano”
  1. Stefano scrive:

    qualcuno ricorda che Ago firmo per secondo la petizione per non andare a giocare nel 1976 la finale di Davis in Cile ? Fu scritto in uno degli articoli il giorno dopo il suicidiio come motivazione per la sua esclusione dalla nazionale maggiore

  2. Daniele Manusia scrive:

    Ciao Stefano, io non lo sapevo. In effetti non è chiarissimo perché oltre l’under 23 (in cui per altro giocò pure bene) non è andato, a livello di nazionale. Se fosse questo il motivo sarebbe assurdo. Grazie dell’informazione.

  3. oggo44 scrive:

    ..Ago rappresentò e rappresenterebben ancora..le qualità che dovrebbe possedere un calciatore che si definisce un professionista..la grande tristezza non averlo fra noi…

  4. Francesco scrive:

    articolo molto interessante, complimenti.
    vorrei segnalare, se possibile, un racconto uscito per Flanerí ispirato alla finale di Coppa Campioni tra Roma e Liverpool e alla figura di Di Bartolomei in generale:
    http://www.flaneri.com/index.php/altre-narrativita/leggi/come_di_bartolomei/

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