Il potere secondo Simone Weil

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La casa editrice Chiarelettere, nella sua collana Biblioteca Chiarelettere, dopo la riproposizione di libri importanti quali La scuola della disobbedienza di Don Lorenzo Milani o La vita è bella di Leon Trotsky, ripubblica alcuni testi di Simone Weil sotto l’emblematico titolo Il libro del potere. La raccolta, curata e introdotta da Mauro Bonazzi, accoglie al suo interno tre testi che segnano con forza l’itinerario del pensiero della filosofa francese: Iliade o il poema della forza, Non ricominciamo la guerra di Troia e L’ispirazione occitana.

Questi tre testi, accomunati dalla ripresa di temi e vicende dell’antichità, da Omero alla Grecia classica fino all’età del Cristianesimo eretico, vivono tutti della stessa forza, quella di un radicalismo che è condizione necessaria e fondamentale per dare un senso alla propria esistenza. Esempio lampante di questo radicalismo che regola anche il vivere quotidiano, è il famoso episodio biografico che vede Weil lavorare in fabbrica, colpendo la sua già fragile salute, per capire il mondo operaio e poter scrivere un testo realmente aderente alla realtà, La condizione operaia, dove scriverà: «solo là si conosce che cos’è la fraternità umana. Ma ce n’è poca, pochissima. Quasi sempre le relazioni, anche tra compagni, riflettono la durezza che, là dentro, domina su tutto».

Prigionieri

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Pubblichiamo un testo di John Berger, originariamente apparso su Guernica, nella traduzione di Vincenzo Latronico, che ci ha gentilmente concesso (fonte immagine).

di John Berger

Adrienne Rich, una meravigliosa poetessa americana, ha detto di recente in una conferenza che “quest’anno, un rapporto dell’ufficio statistico del dipartimento della giustizia ha rilevato che un americano su 136 vive dietro le sbarre – molti in attesa di giudizio.”

Nella stessa conferenza ha citato Yannis Ritsos, un poeta greco:

L’ultima rondine si attarda nel campo,
sospesa a mezz’aria come un nastro nero al polsino
dell’autunno.
Non resta altro. Solo le case bruciate
ancora fumanti.

Intervista a Paul Beatty, vincitore del Man Booker Prize

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Questa intervista è uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi) è da poco il primo scrittore nordamericano insignito del prestigioso riconoscimento letterario Man Booker Prize. The Sellout, il titolo originale dell’opera, è un romanzo satirico, coraggioso che, sottraendosi al canone della classica denuncia sociale grazie alla fantasia e al talento dell’autore, guarda al proprio paese, lo interroga e dissacra, mettendolo allo specchio.

Potremmo cominciare a leggere il libro da questo dialogo: «È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?». «Sì». «Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale». Il narratore, il venduto, nell’incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d’America. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi, possedendo uno schiavo, e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

Il club di Fidel Castro. Un racconto cubano

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“Nell’epoca del capitalismo, succedevano cose che veramente non riusciresti neppure a spiegarti. Ascolta questa, Matteo. È una storia veramente incredibile”. Si mise a sedere e cominciò.

Credo di aver dimenticato poche cose delle tre ore in cui Felix sciorinò uno dei racconti più belli che io abbia ascoltato nelle mie settimane all’Avana. Mi ricordo il tavolo di ferro battuto e il sole che finalmente era tornato dopo tre giorni di diluvi incessanti. E l’amico di Felix, un tipo che veniva a aiutarlo in giardino, una specie di muratore. Era arrivato, si era messo a sedere sulla sedia a dondolo, fumava e Felix gli offrì un caffè e gli spiegò qualcosa a lungo finché quello non scese le quattro scalette e cominciò a lavorare. Io ero seduto lì e mi appuntavo note e stabilivo itinerari e lui, Felix, impugnò la spalliera di una seggiola, fece un cenno a sua moglie Lidia che usciva, vestita di tutto punto, per incontrare non so chi, poi mi guardò e prese a dire: “Nell’epoca del capitalismo…”

Dal Congresso alle primarie democratiche. Storia di Shirley Chisholm, seconda parte

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Pubblichiamo la seconda parte del pezzo che racconta la storia di Shirley Chisholm. Qui la prima puntata: buona lettura.

Si trattava di una svolta epocale. Da quella vittoria nacque la Bedford Stuyvesant Political League che segnerà l’ascesa di Shirley. La novità costituita da quella giovane attivista instancabile, che sapeva parlare non alla gente ma con la gente, attivò i meccanismi di assimilazione della politica quando si trova spiazzata, quando deve gestire una mina vagante. L’esigenza di rompere gli schemi condusse Shirley, ribelle con fiuto politico, anche a dolorose rotture. Non esitò ad affrontare il mentore Holder per la leadership della BSPL, confermando che non faceva difetto alla voce determinazione, e perse.

Nell’inverno del 1960 Shirley rientrò ufficialmente nell’ambiente politico di Brooklyn. Con altre sei persone formò una nuova organizzazione interrazziale The Unity Democratic Club. Tra le missioni spiccava l’educazione della cittadinanza al processo politico, occorreva spiegare quanto incidesse sulle loro vite, spingendo le persone a registrarsi e a votare. Crearono qualcosa di più di una base elettorale solida. Nel quartiere lentamente si modificava l’equilibrio del potere elettorale. Dopo Flagg, Shirley conquistò un altro segnale storico del cambiamento con l’elezione di quattro neri fra i ventidue membri del County Committee, noto come Kings County a Brooklyn, il livello più locale della governance del partito democratico a New York.

Storia di Shirley Chisholm, prima donna nera eletta al Congresso degli Stati Uniti

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Pubblichiamo, in due parti, un lungo ritratto di Shirley Chisholm (1924-2005), prima donna nera eletta al Congresso e candidata alle primarie del Partito democratico per le presidenziali del 1972. La candidatura andò a George McGovern, che venne sconfitto da Richard Nixon, presidente uscente.

«Proffy, lei dimentica due cose: sono nera e sono una donna». Al college la politica era ancora una fantasia per la giovane Shirley Anita St. Hill Chisholm, ma qualcuno aveva percepito il suo talento per la parola che si fa impegno e governo in nome della comunità.

Louis Warsoff, professore non vedente di scienza politica al Brooklyn College, è stato per Shirley il primo uomo bianco col quale la conoscenza divenne conversazione, fiducia ed empatia. Lo chiamava proffy e s’intrattenevano in lunghe discussioni: «Da lui ho imparato che in fondo non eravamo differenti, intendo noi e i bianchi». La studentessa, che eccelleva e attirò l’attenzione di Warsoff, mostrava un’urgenza: dire al mondo come stavano realmente le cose.

Come la ‘ndrangheta è diventata classe dirigente. Intervista a Antonio Nicaso

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Antonio Nicaso, giornalista, saggista e docente universitario canadese di origine calabrese, nel breviario Mafia (Bollati Boringhieri, 137 pagine, 10 euro), pubblicato qualche mese fa, ribadiva che fin dal tardo Ottocento la mafia non è una degenerazione patologica della società, ma è strettamente integrata e intellegibile solo nel quadro delle relazioni, delle cointeressenze interclassiste che ha sviluppato con il potere politico ed economico.

Da questa constatazione ineludibile al fine di comprendere la longevità delle mafie, si muove il nuovo studio Padrini e padroni (Mondadori, 18 euro, 205 pagine), elaborato con l’amico di una vita, il magistrato Nicola Gratteri. Il saggio, già in vetta alle classifiche di vendita e lettura, tratteggia con la consueta capacità divulgativa degli autori, che non banalizza temi complessi, come la ‘ndrangheta abbia utilizzato la corruzione per diventare classe dirigente. Dall’Ottocento non era ritenuto sconveniente, da chi era interessato a mantenere o conquistare il potere, accompagnarsi con la picciotteria, poi con gli ‘ndranghetisti per la gestione del consenso mediante meccanismi clientelari. Già nel 1869 il prefetto di Reggio Calabria Achille Serpieri fu costretto a sciogliere il consiglio comunale appena eletto, a causa dei brogli e del condizionamento mafioso, motivando così al ministro dell’Interno la decisione: «Le elezioni amministrative dovettero essere annullate per difetti che dimostrarono gare di partito, fino all’avere i componenti dei seggi alterato lo stato delle urne coll’introdurvi schede false».

Vera e Franca

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Vera Vigevani è in Italia per una serie di conferenze e incontri: a Roma, il 19 ottobre presso la Fondazione Basso, presenterà il libro Il Carro della vita. Qui e qui gli altri pezzi pubblicati su minima&moralia dedicati alla questione argentina.

La voce di Vera Vigevani, milanese classe 1928, è dolce, decisa e squillante come se fosse animata dalla gioventù coraggiosa di sua figlia, Franca Jarach. Nel 1939 Vera fu costretta dalle leggi razziali ad abbandonare insieme ai genitori l’Italia destinazione Argentina: «Ho compiuto undici anni sulla nave – racconta – . Ero una bambina, ma quelle cose non si dimenticano come quando mi hanno cacciata da scuola in quanto ebrea. È stata la prima ingiustizia che ho conosciuto nella mia vita. Poco più piccola mio padre, che mi aveva spiegato cosa volesse dire fare l’avvocato, mi portò davanti alla facciata del tribunale cittadino e mi parlò della giustizia. Ho sempre creduto fosse una cosa meravigliosa».

L’inutilità disarmante di #ioleggoperché

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Il disastro della campagna del Fertility Day ha avuto almeno un risultato: di ribadire – lo scriveva bene Annamaria Testa qualche giorno fa – che la comunicazione non è altra cosa rispetto al contenuto politico.

Questo potrebbe essere un buon punto di partenza per giudicare il mondo della comunicazione istituzionale in generale, soprattutto quando si spende in campagne costose su temi complessi.
Ecco perché vorrei soffermarmi su un progetto che forse non è un disastro assoluto come il Fertility Day, ma che è altrettanto inutile anche perché non è nemmeno alla sua prima – scusabile – edizione. Sto parlando di Ioleggoperché, la campagna che l’Aie, l’associazione editori italiani, sostiene ogni anno per la promozione della lettura. Lo fa insieme al Centro per il libro e la lettura, il ministero per i beni culturali, all’assoc

La libertà di leggere secondo Paco Ignacio Taibo II

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Paco Ignacìo Taibo II è tra gli scrittori più popolari al mondo in lingua spagnola. Antifascista nel DNA (la sua famiglia dovette scappare dalla Spagna franchista nel ’58 per rifarsi una vita in Messico), Paco, come si fa chiamare con grande affabilità, è autore feticcio per la sinistra nostrana. Oltre alla sua vastissima produzione storica (celebre la sua biografia di Che Guevara Senza perdere la tenerezza), il suo nome è legato alla fortunata serie di gialli che hanno per protagonista l’investigatore Héctor Belascoarán Shayne.

Ma c’è un motivo ulteriore per il quale lo scrittore è divenuto un punto di riferimento ineludibile dei  lettori progressisti: il concreto impegno sociale. Paco Ignacio Taibo II ha dedicato gli ultimi cinque anni della sua vita a un grande progetto culturale: la Brigada para leer en libertad, la Brigata per leggere in libertà. Un’avventura straordinaria, nata per passione, in grado di raggiungere una diffusione maestosa e capillare, che ha presentato in Italia un anno fa in un incontro alla Casetta Rossa della Garbatella, a Roma.